Riz Ahmed è il protagonista di Sound of Metal, un film sensibile e di grande originalità sul tema della disabilità e del cambiamento

Ruben (Riz Ahemd) e la sua amata Lou (Oliva Cooke) sono una coppia di musicisti in tournée. Si muovono a bordo del loro camper in giro per gli Stati Uniti. Ruben è il batterista, Lou chitarra e voce. Vivono la vita a modo loro dopo aver scacciato i demoni della tossicodipendenza e finalmente hanno creato un equilibrio abbastanza stabile.
Quest’equilibrio si rompe quando Ruben si accorge che il suo udito si sta deteriorando, in breve tempo diventerà completamente sordo, a meno che non smetta di suonare o non decida di operarsi e impiantarsi delle protesi cocleari in grado di ripristinare in parte l’udito, ma questa operazione al momento è troppo dispendiosa.
Depresso, disperato e diviso tra il rifiuto di una realtà tremenda e la necessità di trovare subito una soluzione, Ruben si avvicina ad una comunità di persone affette da sordità, mandata avanti dal reduce del Vietnam Joe (Paul Raci), anch’egli totalmente privo dell’udito, ma capace di creare un universo in cui tale problematica, non è un ostacolo alla propria dignità. Per Ruben, comincerà un percorso che lo porterà ad affrontare la realtà,ma anche a scoprire un’enorme forza interiore che ignorava di avere.

Questo è un anno molto complicato e particolare per l’Academy.
Tra pandemia, crisi economica globale e un’America in pezzi, il Cinema ha abbracciato una militanza traversale, diretta ed indiretta, in cui ha trionfato soprattutto la volontà di parlare dei problemi attuali della società e dei suoi scheletri dentro l’armadio. Per avere un esempio, basta pensare ai candidati all’Oscar come Judas and the Black Messiah, Nomadland, Il Processo ai Chiacago 7, One Night in Miami, Una Donna Promettente.
Sound of Metal, piccolo gioiello molto personale scritto da Darius Marder (anche regista) e Derek Cianfrance, è un’opera che propone tematiche e personaggi poco visti al cinema negli ultimi anni.

In Sound of Metal si respira, in modo davvero evidente, l’atmosfera grunge che fece di certi film degli anni ’90 un manifesto del disagio esistenziale dei non allineati, la voce della disperazione di una gioventù che cercava metodi alternativi per non diventare succube del mondo “normale”.
Marder, all’esordio alla regia in un film di finzione, si affida totalmente alla penna di Derek Cianfrance, già regista di Come un Tuono e La Luce sugli Oceani, infatti ritroviamo la stessa disperata voglia di libertà, la stessa centralità del rapporto di coppia come unica via per risolvere il male di vivere e soprattutto non c’è spazio per una sorta di malinconia narcisistica che troppo spesso ci hanno propinato sullo schermo.

Sound of Metal ha una enorme potenza espressiva, in cui il silenzio, non è solo un elemento cinematografico gestito egregiamente nel missaggio audio, ma poco a poco, diventa anche protagonista della narrazione, Darius Marder sceglie di togliere completamente o ovattare i suoni per coinvolgere lo spettatore e farlo entrare nel mondo sempre più silenzioso del protagonista.

Ruben ha il volto del rapper ed attore britannico Riz Ahmed che conferma il suo talento e la sua sensibilità, come avveniva ne Il Fondamentalista Riluttante di Mira Nair del 2012.
Ahmed dona al pubblico ogni tipo di sfumatura possibile della vasta gamma di emozioni che Ruben prova davanti alla perdita della possibilità di continuare a fare musica e il probabile abbandono da parte dell’anima gemella. Il protagonista appare nei primi momenti del film sotto le righe, per poi mostrare, grazie ad una mimica fuori dal comune e non sfruttando i dialoghi (ridotti all’osso nella seconda parte del film), una tanto straordinaria quanto inevitabile metamorfosi.

Il suo percorso è la presa di coscienza del cambiamento e l’accettazione della disabilità. L’unica soluzione è adattarsi e capire che comunque si può ancora essere liberi e vivi, a questa convinzione Ruben arriva solo grazie a Joe (Paul Raci), anima apparentemente perduta e immersa nel suo piccolo mondo di paria, ma in realtà illuminata da una forza enorme e dalla coerenza che sposa la realtà dei fatti e non l’idea di ciò che vorremmo fossero.
Non puoi piegare il cucchiaio, puoi solo piegarti a tua volta“, ecco il sunto wachowskiano che anima questo film dalla fotografia ruvida e bellissima, dalla regia intima ma non di maniera che prende le distanze da una china bohemienne dove il dolore o la vita diventano arte maledetta.

Da molti punti di vista, Sound of Metal è un film che può ricordare il primo cinema di Francis Ford Coppola, che negli anni ’80 ci parlava della gioventù diroccata e disperata, della mancanza di libertà e di speranza. C’è la steso iter diegetico di una storia semplice, però totalmente al servizio dei personaggi, del loro sviluppo, favorendo l’empatia e l’immedesimazione del pubblico, è un viaggio dentro la coscienza e la psiche di Ruben, dentro il suo mondo cognitivo stravolto e rivoluzionato dalla disabilità.

Sound of Metal è un film che si vede tutti i giorni, soprattutto nel cinema attuale, così sfacciatamente intimo, così crudemente freddo e reale. Non vi è qui la volontà di creare un percorso universale, ma si resta nel particolare, nella testa senza suoni del protagonista rifuggendo il percorso aulico o trascendente tipico del cinema di Gus Vas Sant.

Imparare a comunicare, accettare il silenzio, riprogrammare la propria vita, sopportare l’isolamento e ricalibrare la propria bussola interiore: questo è Sound of Metal di Darius Marder; di questo, in modo splendido, mai retorico e mai confortante, parla il film apparendo tristemente semplice, vero e reale.