Recensione di The Evening Hour, opera seconda di Braden King in concorso al 38° Torino Film Festival.

Nell’America rurale sedotta da Trump la cultura del «No pain» miete ogni anno migliaia di vittime. Lontano dalle metropoli delle coste, l’abuso di farmaci a base di oppioidi si è insediato nelle pieghe del quotidiano “curando” il malessere delle comunità bianche impoverite dalla crisi economica. A Dove Creek, cittadina del West Virginia sui Monti Appalachi sospesa tra bellezza e desolazione, speranza e collasso imminente, dove i boschi sterminati che scendono ripidi a valle lasciano a malapena lo spazio per strade e binari, i problemi sono tutti alla luce del sole. Le case diroccate, le chiese vuote, le fabbriche chiuse, gli scheletri di miniere e fabbriche abbandonate testimoniano la precarietà diffusa in cui è sprofondato il Midwest dal sogno infranto. Un imprinting devastante per chi qui è nato e cresciuto come Cole, assistente in una casa di riposo che sbarca il lunario spacciando porta a porta gli antidolorifici prescritti agli anziani del paese. Nipote di un predicatore che ama sciorinare versetti biblici ma è ossessionato dal demonio, Cole si considera il volto gentile, quasi caritatevole, del traffico di droga locale: nessuna violenza, pochissimi rischi, ambienti domestici. Un fragile sistema studiato per offrire ai clienti un servizio “pulito”, che il ritorno in città di un amico d’infanzia, disoccupato e intenzionato ad ampliare il business con la connivenza di un boss ben più pericoloso, farà saltare irrimediabilmente.

Tratto dall’omonimo romanzo di Carter Sickels (2012) e già presentato all’ultimo Sundance Film Festival, The Evening Hour di Braden King è una lenta ballata sull’America dimenticata del dolore negato, l’altra America lasciata indietro dalla globalizzazione, che si è arresa all’oblio da ogni pena, esclusa persino dalla redenzione dei propri peccati. Se Marx affermava che la religione è l’oppio dei popoli, la storia contemporanea ci insegna ormai che è l’oppio ad essere diventato la religione dei popoli. Cole (Philip Ettinger), che è fra i pochi fortunati in una comunità dove le dipendenze sono arrivate per riempire il vuoto quando i posti di lavoro sono scomparsi, fa fatica a sottrarsi al vago senso di dolore che lo accompagna da quando la madre (Lily Taylor) l’ha abbandonato molti anni prima in cerca di un futuro migliore. Come i suoi compagni di sventura – dallo scombinato Reese (Michael Trotter) al fallito Terry Rose (Cosmo Jarvis) – Cole conduce un’esistenza bloccata dal conforto dell’abitudine, ma non ha il coraggio di uscirne davvero. Appartiene a una generazione, quella dei millennials, intrappolata in un vortice di frustrazione e paura esistenziale cui è stata fatta pagare la giovinezza a caro prezzo.

Indugiando sulla bellezza naturale che circonda Dove Creek grazie alla fotografia di Declan Quinn, il regista indie Braden King (già autore di Here) sembra suggerire le ragioni profonde che spingono questa gente a non lasciare gli Appalachi, ma sprofonda nelle sabbie mobili di un’empatia stanca, che si trascina per quasi due ore in superficie senza raccontare fino in fondo le ferite dell’anima dei personaggi, nemmeno quando si affaccia per loro un’opportunità di riscatto.