Dal 2013 il fenomeno Peaky Blinders ha contagiato tutto il mondo. La produzione BBC creata da Steven Knight si è imposta immediatamente come cult grazie a una rilettura energica e stilizzata dell’Inghilterra dei primi del Novecento, con Birmingham al centro della scena.
Lo stile cinematografico, l’impeccabile estetica, il taglio frenetico e postmoderno, la colonna sonora, hanno contribuito a definire un immaginario riconoscibile e seguitissimo. I gangsters con le lamette affilate si sono fatti amare per sei stagioni e 36 episodi. Puntate che possono essere considerate tranquillamente dei veri e propri “piccoli film”, sia per durata che per qualità.
Oltre una sceneggiatura sorprendente, il segreto del successo della serie britannica è l’interpretazione magnetica di Cillian Murphy.Thomas Shelby lo ha reso popolare. Idolatrato. Con la sua performance ipnotica, il premio Oscar irlandese è capace di dominare ogni inquadratura, anche con i suoi silenzi. Peaky Blinders non è mai stata una vera serie corale, perché al centro di tutto, in fondo, c’è sempre stato Tommy. Ma la serie vanta un cast di altissimo livello. Come non citare Tom Hardy o Sam Neil, Adrien Brody o Stephen Graham. Fuoriclasse in una serie straordinaria.
Inizialmente, l’epopea degli Shelby doveva concludersi con una settima stagione. Il finale della sesta, infatti, è aperto. Tommy galoppa via su un cavallo bianco lasciando il pubblico con un grande interrogativo su quale direzione avrebbe preso la sua vita. Aveva scoperto di non essere affetto da una malattia incurabile e il ricordo di sua figlia Ruby lo aveva salvato dal suicidio.
Qual è il destinodi Thomas Shelby?
Il film The Immortal Man prova a rispondere a questa domanda, chiudendo il cerchio di Tommy e introducendo la nuova generazione di Peaky Blinders. La pellicola, diretta da Tom Harper, riprende la tradizione della serie intrecciando la grande Storia con le vicende personali dei protagonisti. Lo sfondo del racconto è una reale operazione nazista: la produzione di sterline contraffatte nei campi di concentramento, affidata a prigionieri ebrei, con l’obiettivo di destabilizzare l’economia britannica durante il conflitto. Nel frattempo la Luftwaffe tedesca intensifica i bombardamenti sull’Inghilterra e in particolare su Birmingham, nodo strategico per la produzione di armamenti degli Alleati.
Quando sono solo, non sono solo
Thomas Shelby
Thomas Shelby, ha riposto le lamette e la coppola. Vive isolato in campagna, assistito dal solo e fedele Johnny Dogs (Packy Lee) , mentre tenta di elaborare i propri traumi attraverso la scrittura di un’autobiografia, “The immortal Man” appunto. A Small Heath, invece, il potere passa ai nuovi Peaky Blinders, guidati da Duke Shelby (Barry Keoghan), il figlio gipsy di Tommy, che porta con sé un passato irrisolto e finisce per collaborare con il boss inglese John Beckett (Tim Roth) nell’operazione nazista. La visita a sorpresa della zingara Kaulo (Rebecca Ferguson), sorella di Zelda e zia di Duke, spinge il tormentato Tommy a fare i conti col suo passato.
Il Garrison ha riaperto
The Immortal Man è un epilogo che, sulla carta, appariva necessario…ma lo è davvero? Un film fatto per i fans e che, infatti, è comprensibile solo per chi ha seguito la serie per tredici anni. Impossibile approcciarsi a questa conclusione senza conoscere il passato dei personaggi.
Una settima stagione sarebbe stata sicuramente una chiusura più giusta e rispettosa dei personaggi di un mondo che abbiamo amato per anni. E anche i nuovi volti introdotti e che saranno i protagonisti dell’annunciato sequel del franchise, avrebbero avuto lo spazio che meritavano. Il film permette di concludere l’arco narrativo di Thomas Shelby. Ma la penna di Stephen Knight ha fatto di meglio. E’ vero, la durata di 110 minuti non puo’ contenere tutto l’universo di Peaky Blinders, ma poteva includere i colpi di scena e la scrittura geniale che ci hanno tenuti incollati alla tv.
Sublime la colonna sonora, così come le interpretazioni e tutti i reparti tecnici. Tutto quello che, di fatto, ha sempre caratterizzato la serie. Ma il punto debole è proprio la sceneggiatura. Passa l’esame, ma non brilla come ha sempre fatto. Proprio per questo, The immortal manè un film che arriva alla sufficienza, senza infamia e senza lode. Alcune assenze pesano particolarmente, come quella di Arthur (Paul Anderson). Purtroppo l’attore non è potuto tornare in scena per problemi personali, ma l’escamotage narrativo per giustificare la mancanza nel film del suo personaggio stride. Non convince. Non approfondisce. Così come la scomparsa totale di quasi tutti gli altri protagonisti della famiglia…è chiaro, è un film, non c’era spazio. Ma una penna che s’impegna, qualcosa di interessante lo crea!
Certamente, non mancano momenti toccanti ed emozionanti. Sfido a non avere la pelle d’oca nel vedere il re di Birmingham di nuovo in sella a un cavallo nero sulle note di “Red Right Hand”, reinterpretata da Nick Cave con la sua voce di oggi. Oppure vedere padre e figlio rotolarsi nel fango a contendersi la pesante corona di Rom Baro. Ma manca la genialità. La mescolanza di bene e male che ha sempre contraddistinto i gansters di Small Heat. Qui è tutto piatto. Lineare. Senza sorprese. I buoni sono buoni. I cattivi sono cattivi.
Sono un cavallo
Per quanto non ci sia un cliffhanger geniale, la fine di un’era porta con sé un grande carico emotivo. Il commiato di un gigante d’arguzia e fascino che ci ha stregato per anni, è commovente.
Già dal titolo, era difficile non immaginare una conclusione diversa per un personaggio così tormentato e che ha cercato tante volte conforto nella morte. Finalmente Thomas Shelby ha la sua pace. Nel mezzo di un gelido inverno si ricongiunge con la sua famiglia. Ci saluta con la sua profonda voce fuori campo che illustra le sue ultime volontà ed è impossibile trattenere le lacrime.
Tommy brucia da re zingaro, adagiato sul simbolo del successo e del potere: banconote. Ma contraffate, come la sua anima. Tormentata, che porta il peso di tutte le vite che ha tolto volontariamente e quelle dei suoi cari morti a causa sua. Un’ anima falcidiata dagli orrori della Prima Guerra Mondiale che, come tarli, hanno consumato il suo spirito per anni. Ma c’ è anche una fiammella di luce nel suo fardello. C’è la rivincita. Il riscatto. Thomas Shelby è passato dall’inseguimento del potere e d’ interessi personali alla ricerca di giustizia per la sua gente. Per la sua Nazione. Il suo sacrificio è stato dettato da un bene più grande. L’ allibratore che truccava le scommesse è lontano ormai.
Quando un gangster muore, nasce una leggenda. E con l’uscita di scena di Thomas Shelby non si chiude solo una serie. Ma anche un’epoca della nostra vita. A piangerlo, ai piedi della carrozza in fiamme, ci sono solo i suoi fedelissimi: Johnny Dogs, Uncle Charlie, Curly. I suoi nipoti. Poche altre irriconoscibili figure su cui spicca suo figlio Duke, che si è sudato il trono di Small Heat premendo il grilletto contro suo padre. Dall’altra parte dello schermo, ci siamo noi spettatori. In religioso silenzio accompagnamo Thomas Shelby nel suo ultimo viaggio sulle toccanti note di Hunting The Wren dei Lankum.
Dà la mia macchina a Johnny. Il mio vino al Pub Garrison. I miei cavalli a chi non li farà lavorare. Le mie pallottole a chi non avrà nomi da scriverci. Le mie armi a chi non le userà. Una volta ho quasi avuto tutto cazzo, ma quasi non conta. Nonostante tutto però avevo la mia famiglia. Adesso siamo riuniti qualunque sia il luogo per noi. Brucia il mio corpo. Fa volare via le ceneri. Sono libero.
Il futuro dei Peaky Blinders
Stephen Knight ha scritto un film che, di fatto, è un episodio pilota della nuova serie sequel. Sarà ambientata nel 1953 in una Birmingham bombardata e che vedrà rinascere gli Shelby dalle ceneri. Barry Keoghan buca e padroneggia lo schermo già in The immortal man. Sicuramente saprà farci amare la nuova banda delle lamette, consapevole che nessuno potrà mai prendere il posto di Thomas Shelby nel cuore dei fans…
Il film ha diviso il pubblico. Tanto da preferire il finale della sesta stagione come chiusura della serie. Seppur aperta, quella conclusione era coerente con il vissuto del gangster di Small Heat. Un uomo che ha passato tutta la vita a vagare nel caos, cercando di emergere con violenza e stratagemmi, restando sommerso dal senso di colpa e da profonde ferite dell’anima. Scampata per l’ennesima volta la morte, finalmente, trova una direzione. Una chiusa poetica e simbolica che lo vede in sella a un cavallo bianco, mentre si lascia alle spalle tutto quello che un tempo lo definiva. Senza nessun gesto eclatante. Nessun sacrificio. Nessuna grande vittoria. Ma un uomo solo che accetta il suo nuovo cammino.
Il finale perfetto? Forse si. Forse no. Tommy probabilmente lancerebbe in aria una monetina per deciderlo. Ma su una cosa siamo tutti d’accordo: Thomas Shelby è davvero immortale.
La sua vita fin dall’infanzia è scandita a 24 fotogrammi al secondo. Una passione diventata studio nell'Accademia dell'immagine de L'Aquila e poi professione, ma non ditele che il cinema è un mestiere, per questa fotografa, filmmaker e cinefila marsicana è un viaggio, ogni frame un’emozione che ti accompagna per la vita che necessariamente va raccontata a 24 fotogrammi al secondo.