Uno dei nomi maggiormente attesi all’interno di questa 76° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è indubbiamente quello di James Gray, il quale ha presentato, in corsa per il tanto ambito Leone d’Oro, Ad Astra, sua ultima fatica, ambientato nello spazio e che, attraverso lo spazio stesso, costruisce una complessa metafora sulla crescita e sul pur sempre complesso rapporto padre-figlio. Ma quanto può trovarsi a proprio agio James Gray, nel momento in cui deve rapportarsi a una storia ambientata ai confini del sistema solare?

Di fatto, nel mettere in scena le vicende di Roy McBride (Brad Pitt) – un astronauta che, al fine di ritrovare suo padre misteriosamente scomparso e scoprire cosa stia mettendo a rischio la sopravvivenza del pianeta terra, compie un lungo viaggio fino al pianeta di Nettuno – Gray ha voluto dar vita a una grande metafora dell’esistenza umana, optando per un contesto assai ampio per quanto riguarda le location, insieme a una dimensione tanto intima quanto delicata come può essere un rapporto padre-figlio, appunto.

Recensione Ad astra
Ed ecco che, finalmente, viene fuori lo James Gray che tutti conosciamo, lo James Gray che fa del tempo e dello spazio i suoi strumenti prediletti atti a raccontare l’uomo e la sua esistenza.
Di fatto, nel presente Ad Astra lo spazio e l’universo altro non sono che “meri” espedienti che ci portano ad altri lidi, per un significato dalla connotazione universale e una sorta di romanzo di formazione che, prendendo il via direttamente nell’età adulta, porta verso una nuova consapevolezza di sé e dell’universo che ci circonda.

E poi, ovviamente, non possono mancare le classiche domande esistenziali che, prima o poi, ogni cineasta (e non solo) è portato a chiedersi: “chi siamo?” “dove andiamo?” “siamo realmente soli nell’universo o sono presenti anche altre forme di vita?”. In poche parole, una storia che tramite una singola vicenda, tramite una (non troppo) normale vicenda famigliare, punta a raccontare l’esistenza umana in un contesto ben più ampio. Nulla di nuovo? Indubbiamente. E, probabilmente, è proprio questa la pecca peggiore del presente Ad Astra, in cui, alla fine dei giochi, il significato intrinseco dell’intero lavoro ci appare talmente banale (pur nella sua complessità) da risultare addirittura forzato e, a tratti, prevedibile. E questo è davvero un peccato se pensiamo che il tutto è stato realizzato proprio da un cineasta come James Gray che, di solito, sembra sapere perfettamente il fatto suo.

Ad AstraE che dire, al contempo, della forma? Su quello, fortunatamente, non v’è alcun dubbio. E anche se nel momento in cui ci si accinge a mettere in scena un lungometraggio ambientato nello spazio il rischio di rifare ciò che più e più volte è stato realizzato in passato è più che mai elevato, Gray è riuscito, a suo modo, a cavarsela, conferendo all’intero lavoro un carattere ben preciso con un’ottima gestione degli spazi, riuscendo a evitare ogni pericoloso cliché del caso (rischio, questo, particolarmente elevato soprattutto quando si vuol mettere in scena la vita privata del protagonista stesso) e cavandosela in modo complessivamente dignitoso anche per quanto riguarda i (frequenti) momenti in cui il ritmo sembra perdere colpi.

Basta tutto questo a far sì che un lungometraggio possa ambire al Leone d’Oro? Non proprio. Soprattutto perché da un cineasta come James Gray solitamente ci si aspetta molto, ma molto di più.

Print Friendly, PDF & Email