Interprete della sua epoca e volto segnato di quell’Italia postbellica, Anna Magnani è stata la grande voce di tutte le donne italiane: forti, fragili, vittime e guerriere. Dall’urlo disperato di Roma città aperta alle risate scomposte al fianco di Totò; dal banco del mercato in Campo de’ fiori, con Aldo Fabrizi, al premio Oscar; Anna Magnani, con la sua ruvida espressività di donna, prima che di diva, rimarrà per sempre nella storia del cinema italiano e, nella storia della sua amata Roma. Oggi, vi proponiamo 5 meravigliose pellicole e 5 volti di donna, con protagonista l’immensa Nannarella.

Non so se sono capace di recitare. Ho dentro di me tante figure, tante donne, duemila donne. Ho solo bisogno di incontrarle. Devono essere vere, ecco tutto.

 

Roma Città aperta

Roma città aperta, del 1945, è il manifesto Neorealista di Rossellini, simbolo di una realtà sincera, cruda e terribile. Sullo sfondo di una Roma occupata dai nazisti, nel clima angoscioso di rastrellamenti e barbarie, il regista porta sullo schermo la strenua lotta per libertà. Nel difficile dopoguerra si mescolano le storie dei protagonisti. Il don Pietro di Aldo Fabrizi, ispirato a Don Giuseppe Morosini, che con la sua tonaca svolazzante aiuta la resistenza; La Pina di Anna Magnani, una popolana che, in procinto di sposarsi, muore rincorrendo il suo uomo fatto prigioniero, è ispirata invece a Teresa Gallace. Sono storie di vita vera quelle di Rossellini, sono racconti di uomini e donne schiacciati dal peso di una guerra spietata. Il regista, con la sua telecamera, cattura una città abbattuta, bombardata, violentata, ma che ha ancora la forza di combattere; una città distrutta, ma non sconfitta. L’urlo straziante della Magnani, che grida “Francesco”, poco prima di cadere sotto ai colpi dei nazisti, è il simbolo di quella dura ribellione, anche a costo della vita. Con questo film la Magnani consacrò il suo successo e vinse il Nastro d’argento come migliore attrice.

In Roma città aperta il giovane regista Rossellini ha dimostrato che non solo si può fare del cinema in Italia, ma che questo cinema può avere un’originalità, un pathos, un carattere suo. E’ caratteristico, poi, che il primo film della resistenza europea sia nato nel paese che fu l’ultimo a ribellarsi all’ideologia nazista e ai suoi schiavi locali

 

L’onorevole Angelina

Nella squallida borgata romana del dopoguerra, Anna Magnani è Angelina. Il regista Luigi Zampa, con la sua pellicola del 1947, ci restituisce uno spaccato del vecchio quartiere di Pietralata, fatto di fango e catapecchie. Sveglia ed intraprendente, Angelina guida il quartiere nelle lotte contro la fame ed il potere. La storia è un altro sguardo sulla vita popolare, fatta di fatiche, fame e soprusi. Spinta a scendere in politica, per farsi voce della sua gente,  Angelina si scontra con quel potere che continuava a speculare sulla povertà, arrivando fino alla prigione. Ne uscirà più consapevole e convinta che la sola politica che le appartenga sia la sua famiglia. La donna abbandonerà, infatti, la carriera pubblica e le sue battaglie, per tornare ad accudire i propri figli. Quello di Zampa è un ritratto dell’Italia del dopo guerra, uno scontro tra popolo e politica che, ancora oggi, suona quanto mai attuale.  L’atmosfera popolare fatta di battute, “baccagliate” e interpreti coloriti, come la celebre Ave Ninchi, offre uno scorcio reale della borgata degradata del dopoguerra, in un clima in cui si iniziava a rendersi conto della democrazia e dell’importanza di avere una voce. Il ruolo della ribelle Angelina, valse alla Magnani il nastro d’argento.

Il partito nostro non si scioglierà, no, ma manco alla camera andrà. Resterà tra noi, baccaglieremo in famiglia, così saremo tutti quanti onorevoli, ma onorevoli sul serio però

 

Bellissima

Anna Magnani, nel capolavoro di Luchino Visconti, del 1951 è Maddalena Cecconi, una madre disposta a tutto pur di regalare alla figlia un destino migliore del suo. A Cinecittà, il regista Blasetti cerca una bambina per il suo prossimo film e Maddalena, tenta in tutti i modi di riscattare quel suo passato fatto di rimpianti, attraverso la sua piccola Maria. La donna, sopraffatta dai sogni e da speranze irrealizzabili, investe tempo e denaro per preparare sua figlia per quel mondo patinato, che non esiterà a mostrarsi per quello che è: spietato e crudele. I sacrifici della piccola gente, quella del mondo semplice delle case popolari, delle urla in strada e dei precari equilibri economici, si scontrano con quel mondo manierato, così lontano e quasi irraggiungibile. Con questa pellicola Visconti porta il pubblico dietro le quinte del cinema, inquadrando quella Cinecittà tanto seducente quanto bugiarda, in cui anche una piccola donna come Maddalena, sperava di riprendersi la sua dignità. Un parallelo tra la verità della vita e l’apparenza dello schermo. Il celebre pianto della Magnani, dopo aver assistito alle risate rivolte alla sua piccola e goffa Maria, è il crollo di una donna distrutta e disillusa, che grida aiuto al mondo e alla vita. Presa in giro e derisa, proprio da quel mondo sul quale aveva puntato la sua rivincita, Maddalena mollerà la presa e riporterà a casa la sua bambina. Nastro d’argento anche per questa splendida Maddalena.

mia fia ce la tenemo, non l’ho messa al mondo pe’ fa’ diverti’ nessuno io, per me e su’ padre è tanto bella.

 

La Rosa tatuata

Il film, del 1955, è diretto da Daniel Mann e tratto dall’omonimo dramma di Tennessee Williams. La Magnani, sbarcata nell’America di Hollywood, in questa pellicola interpreta Serafina delle Rose. L’emigrata siciliana, dopo aver perso il suo adorato marito, si chiude in casa dedicandosi solo al ricordo del suo defunto amore. Scoperto, poi, di esser stata tradita da quel marito che tanto venerava, Serafina si concederà, col tempo, alle attenzioni di Alvaro Mangiacavallo, un burbero camionista, siciliano come lei. Dramma sentimentale, per il quale lo stesso Williams volle fortemente la Magnani come protagonista, La Rosa tatuata, sembra reggersi principalmente sulla magistrale interpretazione dell’attrice italiana, tant’è che si aggiudicò un Oscar. Il dramma, che riesce anche a strappare qualche sorriso, grazie alla coppia MagnaniLancaster, delinea l’immagine di una piccola Italia, in quell’America immensa. Serafina, scura, forte e lavoratrice, è in netto contrasto con le bionde americane, che sembrano addirittura ridere di lei. Diversa dalle pellicole sincere, a cui la Magnani aveva da sempre abituato il suo pubblico, La Rosa tatuata, in ogni caso, ci regala l’ennesimo ritratto di donna italiana, stavolta immersa nella famiglia, nel ricordo e nell’amore.

 

Mamma Roma

Pasolini, avendo ben inteso quella figura di donna romana, sincera e sentimentale, incarnata dalla Magnani, con lei girò, nel 1962, Mamma Roma. L’attrice, che da tempo non riceveva ruoli alla sua altezza dal cinema italiano, accettò il ruolo, proprio grazie allo spessore di quell’immenso personaggio costruito su di lei. La Magnani stavolta ,infatti, interpreta una ex prostituta, che tenta di rifarsi una vita con suo figlio Ettore, per il quale nutre grandi sogni e speranze. L’attrice romana è quindi, di nuovo, una madre capace d’immenso amore, che cerca, attraverso il figlio, di allontanarsi da una vita infelice, che sembrerà però perseguitarla. Mamma Roma sogna il mondo borghese, quel mondo in cui non è mai entrata, ma che ha visto solo da lontano; sogna per suo figlio un posto in quella società che non ha mai avuto spazio per lei, che finirà per annientare anche lui. La donna capirà che non sapeva neanche sognarla una vita del genere. Intensa e drammatica, vitale e spontanea, qui la Magnani, con la sua profonda espressività, guida l’intera pellicola, costellata da giovani attori presi dalla strada; Pasolini stesso disse, infatti, di non trovarsi a suo agio a lavorare con i grandi nomi del cinema. Mamma Roma è la perfetta incarnazione di quella irruenta e vitale romanità, tanto cara a Nannarella, di quel sogno popolare di rivalsa su un mondo che è sempre più irraggiungibile. La pellicola trabocca di sentimenti e di pietà, soprattutto nella scena finale, in cui il figlio, morente in carcere, invoca delirante la mamma. L’urlo della Magnani, che strilla “Ettore” correndo ad abbracciare i vestiti smessi del figlio, ben ricorda quel grido disperato in Roma città aperta, che l’aveva consacrata come attrice internazionale.