Baby Driver

Cuffiette alle orecchie, occhiali da sole a coprire gli impercettibili segni di un’infanzia difficile e dita che tamburellano sul volante a ritmo di Bellbottoms dei Jon Spencer Blues Explosion. Questo è l’inizio formidabile di Baby Driver diretto dal talento inglese Edgar Wrigh.
Un inizio da musical. Wright sembra dire a Damien Chazelle (La la land) che non servono barocchi movimenti di macchina per coinvolgere lo spettatore, ma bastano le inquadrature giuste, un montaggio scandito dai tempi della musica e uno sviluppo della storia da lasciare a bocca aperta. Infatti, dopo aver intravisto solo qualche dettaglio, appare Baby che balla sciolto e concentrato sul ritmo al volante di un’auto sportiva.

Come uno slittino che scivola sulla neve, mixati visivamente nella stessa coreografia, spuntano due uomini e una donna che rapinano una banca. Poi le ruote sgommano sull’asfalto e parte un inseguimento tra i migliori mai visti sullo schermo.
Baby (Ansel Elgort) non è un semplice e taciturno ragazzo dalla faccia pulita, ma un asso delle 4 ruote costretto da un vecchio debito a esprimere il suo talento di pilota come autista nelle rapine. Orfano e affetto da acufene, utilizza la musica per rimediare al suo disturbo e come barriera sonora per dividere se stesso dallo sporco e violento mondo che lo circonda e dal quale vorrebbe allontanarsi più velocemente possibile insieme alla bella cameriera Deborah (Lily James).
Baby driver

Wright nei precedenti lavori, soprattutto nella Trilogia del cornetto, aveva parodiato i generi popolari condendo i cliché dell’horror, dell’action e dello sci-fi con uno speziato e nerissimo humor inglese, affidando al sarcasmo e alla sottigliezza delle situazioni il sorriso e il divertimento dello spettatore.

In Baby Driver l’ironia è meno presente e la risata ha un sapore meno British e più americano con battute sprezzanti e spiazzanti, come d’obbligo nei film d’azione a stelle e strisce, pronunciate dalle star del cast: Jamie Foxx e Kevin Spacey che si rivelano ancora una volta ottimi interpreti capaci di bilanciare i momenti di “ridanciana saggezza americana” e gli scatti di lucida follia.

Le note che escono dall’iPod attivano le reazioni di Baby e, insieme alla voglia di riscatto e di normalità del protagonista, si fanno carburante per tutta l’azione. Ogni inquadratura, ogni battuta, ogni singola cosa che accade sullo schermo è tarata al millimetro sul ritmo che risuona nei timpani di Baby e dello spettatore. La velocità, la violenza, l’amore e le sgommate completano lo spartito del regista inglese che mantiene intatta la sua raffinata cifra stilistica, mettendo ancora più attenzione nei dettagli e colorando alcune scene come un vero e proprio musical. 

Baby Driver è come una fuoriserie esclusiva. Una macchina potente profumata di quella benzina col piombo che si usava negli anni ’70 per le Dodge Challenger o le Mustang GT. Unta di grasso di motore come lo era il crazy Gary, ma è dolce come il miele della pazza Mary. Ma la cosa che rende unico il bolide presentato da Edgar Wright è il ritmo rock dei suoi pistoni.