Vedendo Dunkirk, l’ultima, attesissima, fatica cinematografica del regista di Inception e Il Cavaliere Oscuro, viene da chiedersi che fine abbia fatto Christopher Nolan. Il cineasta, celebre per aver unito cinema d’autore e blockbuster nei propri prodotti filmici, ha sempre avuto un altro tratto distintivo: giocare coi piani narrativi – spaziali e temporali – per lasciare lo spettatore basito quando partono i titoli di coda.nolan

Questo almeno finora. Dunkirk si rivela un ottimo film di guerra – “nuovo” come pochi altri in passato, ad esempio Terrence Malick (La sottile linea rossa) e Steven Spielberg (Salvate il soldato Ryan), oltre al rivoluzionario Stanley Kubrick di Orizzonti di gloria e Full Metal Jacket – ma non sembra un prodotto sfornato dalla mente complessa e stratificata di Nolan.

Dunkirk è spettacolare nel senso più tecnico del termine – è stato girato in IMAX 65mm per una maggiore “immersione” del pubblico nella storia – ma non in senso narrativo: qui si limita ad essere un “semplice” film di guerra. Pieno di pathos e senza un attimo di respiro in quanto a ritmo – complice la durata brevissima per gli standard di Nolan, 1 ora e 40 minuti – ma allo stesso tempo senza scossoni, sorprese, colpi di scena che siano veramente tali. A fine visione tutto o quasi è come te lo aspettavi, ma questo non è il Nolan che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare.

Che fosse con la memoria (Memento), con il sonno e il sogno (Insomnia, Inception), con i viaggi interspaziali (Interstellar), che fosse perfino con un fumetto targato DC Comics come Batman (la trilogia del Cavaliere Oscuro), il cineasta ha sempre giocato con lo spettatore. “Gioco” è un termine che utilizziamo non a caso, poiché è con The Prestige nel 2006 che Christopher Nolan fa una vera e propria dichiarazione di poetica. Ci dice che il cinema è come uno spettacolo di magia, composto da una premessa (che è anche una promessa fatta al pubblico), una svolta e un prestigio. Il prestigio è ciò che dà un senso completamente diverso allo spettacolo appena visto e fa apprezzare ancor di più la promessa e la svolta. Ci dice anche che lo spettatore, anche il critico più disilluso e sopraffatto dai troppi film visti, vuole essere ingannato, proprio come assistendo a un gioco di prestigio. Vuole essere sballottato, preso in giro, sorpreso, lasciato stupefatto, in modo che tutte le sue certezze narrative a fine film siano messe in discussione e possa così continuare a interrogarsi molto dopo la visione, da solo o con amici e familiari. Che è quello che i suoi film hanno sempre creato: discussione.

Questo almeno finora. Ben inteso, di Dunkirk si parlerà a lungo, ma non per i motivi per cui di solito un prodotto filmico di Nolan rimane nei discorsi degli spettatori cinematografici. Dunkirk gioca con lo spettatore, ma troppo poco per gli standard a cui ci ha abituato il suo regista. Ci sono tre piani narrativo-spaziali su cui raccontare l’evacuazione di Dunkerque – la terra, l’aria e il mare, che saranno protagonisti di una proiezione speciale al Festival di Venezia 2017 – ma questo non basta a incastrare abilmente i pezzi del puzzle.dunkirk

Nolan rimane un regista più che abile, che conosce bene la propria materia, ma probabilmente si è trovato in difficoltà nello sdoganare il genere scelto per il suo decimo film. Viene da chiedersi allora perché abbia scelto di fare un film di guerra: forse era l’ennesima messa alla prova per se stesso che però, narrativamente parlando, non ha superato. Non si tratta di una crisi registica, ma solo di un passo falso, ne siamo sicuri. La critica ha definito Dunkirk ”il film più maturo di Nolan”: ma maturo in che senso? Se la maturità, come spesso accade nella vita, vuol dire appoggiarsi su una narrazione più sicura e lineare, preferiamo il Nolan sbarazzino, adolescente e ribelle che vuole stravolgere completamente il proprio spettatore. Quel Christopher Nolan che attualmente “vive” attraverso il fratello Jonathan – che non dimentichiamo, ha scritto molti dei suoi film – nella serie tv Westworld, che di piani narrativi ha fatto il proprio marchio di fabbrica in una sola stagione. Quel Nolan che non vediamo l’ora ci lasci basiti alla fine del suo prossimo film.

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