Back Home: il cinema essenziale di Tsai Ming-liang

Cinema del reale. Cinema in una delle sue accezioni più pure. Cinema che lascia allo spettatore grande libertà di interpretazione o che, comunque, gli offre la possibilità di immergersi in un mondo lontano, entrando egli stesso pian piano a far parte delle potenti immagini mostrate sul grande schermo. In diversi modi potrebbe essere descritto l’approccio registico adottato dal celebre regista malese d’origine, ma taiwanese d’adozione Tsai Ming-liang nel realizzare Back Home, la sua ultima fatica, presentata in anteprima mondiale, fuori concorso, in occasione dell’82° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Già, perché, di fatto, questo piccolo (non soltanto per la durata di appena 65 minuti) e prezioso Back Home è stato realizzato (come per diverse altre recenti opere dell’autore, tra cui Rizi, realizzato nel 2020) senza sceneggiatura alcuna e con una troupe piccolissima, al fine di presentare allo spettatore immagini pure ed estremamente vere, realizzate in totale libertà rispetto agli spesso ingombranti vincoli dell’industria cinematografica. Un’operazione, la presente, già più e più volte attuata da numerosi altri cineasti in tutto il mondo, senza dubbio. Eppure, come spesso ci è stato insegnato, talvolta è proprio vero che less is more. E in immagini di magnetica bellezza spesso risiede un significato ben profondo che non ha bisogno di ogni qualsivoglia “orpello” per arrivare al pubblico con tutta la sua potenza visiva e comunicativa.

Back Home: trama

Alla luce di ciò, dunque, possiamo immaginare quanto il presente Back Home sia un’opera fortemente minimalista. Anong è un giovane uomo che viene dal Laos e per motivi di lavoro ha dovuto lasciare la propria patria. Durante uno dei suoi viaggi per rientrare brevemente a casa, dunque, viene accompagnato proprio da Tsai Ming-liang, che ha approfittato dell’occasione per realizzare insieme a lui (e a un amico di quest’ultimo) il presente documentario. Cosa ne è venuto fuori?

Semplice (ma non troppo): una serie di immagini (che stanno quasi a ricordare numerose istantanee) che, dopo averci mostrato in apertura del film il protagonista stesso mentre dorme in pullman durante il viaggio, si concentrano di volta in volta su case, edifici semi abbandonati, cortili, campi, ma anche persone intente ora a cucinare, ora a vendere in strada i prodotti da loro coltivati (particolarmente interessante, in tal senso, la scelta di non sottotitolare ciò che essi dicono, al fine di darci ancora di più l’impressione di trovarci noi stessi nei luoghi mostratici dalla macchina da presa).

Il minimalismo come linguaggio cinematografico

Back Home, dunque, fa di tale approccio realista e fortemente minimalista il suo cavallo di battaglia, senza mai risultare fine a sé stesso, ma mostrandoci, al contrario, immagini pure, prive di ogni qualsivoglia filtro. Immagini che parlano da sé, che per il modo in cui ci vengono mostrate fanno sovente pensare al cinema di James Benning, immagini che ben trasmettono le sensazioni vissute dal protagonista durante questo suo ritorno in patria, e che anche al termine del viaggio, quando un’immacolata camera d’albergo ci fa sentire quasi in una sorta di non luogo, restano impresse nella nostra mente ancora incredibilmente vive e pulsanti.

L’essenza del cinema secondo Tsai Ming-liang

Siamo d’accordo: probabilmente questo Back Home tenderà un po’ a “sparire” all’interno della vasta filmografia di Tsai Ming-liang. Eppure, sta ben a rappresentare ciò che il suo cinema è divenuto in questa seconda parte della sua carriera. Un cinema che punta sostanzialmente all’essenza delle cose, senza che ogni qualsivoglia fattore di disturbo possa minarne la purezza.