Marlon Brando è stato il divo del cinema a cavallo tra l’epoca classica degli anni Cinquanta e la nuova Hollywood cinematografica degli anni Sessanta.
Con il suo fascino è riuscito a conquistare il pubblico, mentre con il talento si è guadagnato la presenza sul grande schermo, all’interno di grandi capolavori del cinema al fianco di maestri quali Elia Kazan, Sidney Lumet, Francis Ford Coppola, Bernardo Bertolucci e molti altri.

Nonostante oggi il nome di Brando sia sinonimo di popolarità e successo, l’attore statunitense ha dovuto fare i conti con un periodo difficile fatto di flop al botteghino (come nel caso del suo film da regista I due volti della vendetta) –intorno ai primi anni Sessanta- ma si risolleva grazie al film Queimada in cui dà prova della sua grande abilità recitativa.

Tralasciando i suoi alti e bassi, sia professionali che nella vita privata, Marlon Brando ha ricevuto numerosi premi, ma sono soltanto due premi Oscar a segnare la sua carriera per il ruolo di Terry Malloy in Fronte del Porto e don Vito Corleone in Il Padrino.

C’è da dire che, Marlon Brando ha saputo lasciare la sua impronta anche nel western e oggi in occasione del centenario dalla sua nascita, facciamo un salto attraverso tre pellicole iconiche, da non perdere.

I due volti della vendetta di Marlon Brando, 1961 (One-Eyed Jacks )

Un western sicuramente d’impatto è I due volti della vendetta, tratto dal romanzo The Authentic Death of Henry Jones scritto da Charles Neider nel 1956.
Basato sul peso dell’amicizia tradita e sulla vendetta come unica soluzione, il film è diretto e interpretato da Marlon Brando, che veste i panni del bandito Rio.

Siamo nel caldo Messico del 1880, Rio e Dad (Karl Malden) sono due feroci banditi che, dopo aver rapinato una banca, tentano di fuggire dalla gendarmeria messicana dividendosi provvisoriamente. Mentre Rio tenta di tenere a bada i Rurales a colpi di pistola, Dad si dilegua con il bottino lasciando l’amico al suo destino. Durante la prigionia, però, Rio fugge insieme ad un socio e scopre che Dad è diventato sceriffo e si è stabilito in California. È qui che Rio riesce a ottenere la sua vendetta a poco a poco, innamorandosi anche della figlia adottiva di Dad. Come ogni western che si rispetti, assistiamo al duello tra i due ex amici e alla vittoria di Rio, che è costretto nuovamente a darsi alla fuga.

I due volti della vendetta rappresenta una interessante e riuscito tentativo da parte di Brando regista, che in un primo momento gira il film con una durata totale di circa quattro ore. Solo successivamente la Paramount ci mette mano asciugando il montaggio, riducendolo a due ore circa e rendendo così la pellicola più appetibile al pubblico.

I due volti della vendetta sviluppa la storia senza fretta, dilatando spesso il tempo del racconto, soprattutto durante i dialoghi, che snocciolano un po’ per volta gli sviluppi della storia.
La suspense non è presente nel modo più convenzionale, ma se pensiamo alle interazioni tra Rio e Dad non è difficile percepire il grado di tensione che aumenta tra i due fino alla lotta finale a colpi di colt.

Brando interpreta un bandito che cova vendetta per il tradimento subito e riesce a offrirci una interpretazione autentica, in cui è radicato un forte istinto alla sopravvivenza. Allo stesso modo anche Karl Malden arricchisce il suo personaggio trasformandosi da protagonista ad antagonista che non può sfuggire al suo destino.

Con una regia tendenzialmente pulita e senza inquadrature troppo audaci e sequenze movimentate, I due volti della vendetta presenta campi lunghi e medi che rivelano ambientazioni suggestive –come l’inquadratura che mostra l’oceano– curate e coerenti al contesto storico.

Per quanto tutti questi aspetti siano ben coesi tra loro, il film porta avanti la conseguenza più disastrosa del tradimento lavorando molto sulla caratterizzazione dei personaggi, ma dilungandosi spesso su pause che agli occhi dello spettatore vengono percepite come superflue.

Queimada di Gillo Pontecorvo, 1969

Queimada è una delle isole –immaginarie– delle Antille pervasa dalla schiavitù e il suo nome significa “bruciata”, perché come dice il capitano del veliero al protagonista sir Walker: “nel 1520 i portoghesi dovettero bruciarla interamente, per vincere la resistenza degli indigeni. La popolazione originaria india fu distrutta, nel corso degli anni successivi venne sostituita con schiavi africani”. L’inizio della pellicola, diretta da Gillo Pontecorvo (con cui si aggiudica il David come miglior regista), alla fine degli anni Sessanta, ci anticipa il contesto in cui si svilupperà la storia di William Walker e Josè Dolores.

Queimada, con la sua storia violenta, fatta di lotta, inganni e schiavitù, si trasforma in un cinematografico strumento di denuncia contro quel colonialismo selvaggio e contro la conseguente schiavitù di intere popolazioni africane. Parliamo di una vicenda in cui Marlon Brando veste i panni William Walker, un agente al servizio della corona britannica, che deve smantellare la dominazione portoghese sull’isola di Queimada e favorire la libertà della popolazione dalla schiavitù. Per attuare questa strategia William affida al giovane Josè Dolores (Evaristo Màrquez) il ruolo di capo nella lotta ai portoghesi, riuscendo a garantire la libertà agli abitanti di Queimada. In verità la situazione si complica, e a distanza di una decina di anni dalla rivolta, Walker viene richiamato sull’isola per fare gli interessi dell’Inghilterra. Il ritorno comporta un necessario scontro tra Walker e Josè Dolores durante il quale il primo avrà la meglio catturando il secondo che morirà giustiziato. William, così si imbarca per tornare in Inghilterra, ma la morte lo attende proprio dietro le sue spalle.

Il film si alterna tra dialoghi tendenzialmente lunghi che definiscono dettagli e sviluppo della narrazione e scene di combattimento. L’unica nota stonata di un film così ben articolato è da ricercare in quelle lunghe sequenze dedicate all’ambiente e al contesto che rallentano il ritmo narrativo, ma è pur sempre un western.

Queimada ci riporta con semplicità al periodo storico in cui continua a imperversare il colonialismo, raccontandoci una storia che lascia il posto ad una critica verso ogni forma di politica coloniale volta allo sfruttamento e al profitto economico a discapito della libertà.

Attraverso il personaggio di William Walker, Queimada ci mostra come un ideale libertario può lasciare il posto a delle politiche economiche basate interamente sullo sfruttamento in virtù del profitto. Pur non essendo un convenzionale western fatto di lande desolate e pistoleri dalla mano lunga, possiamo inserire Queimada tra i quei western degni di nota, in cui troviamo un Marlon Brando perfettamente integrato nel suo ruolo di agente al servizio della patria, tanto da riuscire con naturalezza a dar vita a un personaggio che elabora strategie favorevoli al suo Paese.

William, impersonato da Brando, si completa perfettamente col suo antagonista Josè che non può fare a meno di credere nel suo ideale, anche a costo di morire. Lo spessore drammatico di Queimada sta tutto nel duo Brando-Màrquez e nella loro intensa interpretazione, su cui regge l’intera storia, un primo piano dopo l’altro.

Missouri di Arthur Penn, 1976

In Missouri diretto da Arthur Penn non c’è spazio per degli eroici protagonisti, poiché questi si guadagnano da vivere come banditi o pseudo tali.
Più precisamente la storia è ambientata nel 1870 in Montana. Qui vive, nel suo piccolo ranch insieme a sua figlia Jane, il rispettabile allevatore David Braxton. All’imporovviso giungono da lontano il ladro Tom Logan (Jack Nicholson) e la sua banda, famosi nel territorio per furti di bestiame. Impaurito e preoccupato per sé stesso, Braxton ingaggia il cacciatore di taglie Robert Lee Clayton (Marlon Brando) per uccidere i banditi e stare al sicuro.
Inaspettatamente tra Jane e Tom nasce l’amore, all’insaputa di Braxton che –nel frattempo – attende la morte dei banditi. La caccia si fa sempre più serrata e arriva presto il turno di Tom, che però dà filo da torcere a Clayton…

Attualmente disponibile su Prime Video, Missouri è uno di quei western che vale la pena recuperare per i due protagonisti, che danno prova della loro bravura. Penn mette in campo due personaggi che appaiono diversi dai soliti villain del genere. Lo stesso Clayton non genera paura o soggezione, piuttosto rappresenta un cacciatore sopra le righe, ricco di atteggiamenti al limite del bizzarro. Dall’altra parte, invece troviamo Logan che, per quanto sia un sagace bandito ha un suo lato tenero.

In Missouri non ci sono eroi, ma solo perdenti che muoiono braccati a loro insaputa, partono per andare lontano, senza lasciare spazio ad un lieto fine, anche se nella storia è presente una componente amorosa.

Missouri ruota attorno ad un concetto di violenza che si diffonde quasi come un effetto domino, innescando una serie di uccisioni che coinvolgono quasi tutti gli attori. Gli ambienti sono desolati e tutta l’attenzione è rivolta alle interazioni tra i personaggi che portano avanti dei dialoghi asciutti, tranne che nel caso di Clayton, che parla molto sia nei dialoghi che nelle scene più solitarie.

In Missouri non mancano gli aspetti positivi e il film è estremamente godibile (anche se in alcuni brevi scene rallenta di poco il ritmo) lascia da riflettere pensare come all’epoca dell’uscita in sala non sia stato adeguatamente accolto dal pubblico. Ci sono voluti degli anni prima di apprezzare un film poco avventuroso, ma sufficientemente travolgente, ma si sa che il tempo alla fine ripaga.