Competencia Oficial è sicuramente, in mezzo alle tante pellicole del 78° festival di Venezia, tra le più audaci e riuscite sul piano narrativo, soprattutto per il fatto che il film di Gastón Duprat e Mariano Cohn è un sano e in fin dei conti salvifico sberleffo al narcisismo cinematografico, alla vanità con cui la settima arte ormai da troppo tempo guarda a sé stessa.

Protagonista è un’eccentrica e ultra-femminista regista, Lola Cuevas (Penelope Cruz), che viene incaricata da un 80enne miliardario di dirigere un film destinato ad essere, almeno nella mente del suo mecenate, l’eredità che questi lascerà ai posteri.
Tratto da un best-seller, il film nelle intenzioni dell’anziano produttore, deve avere un cast composto esclusivamente dai migliori attori in circolazione, soprattuto per le parti dei protagonisti: due fratelli divisi da un odio atavico.
Ad i ruoli principali, la Cuevas ha la grande idea di chiamare i due volti simbolo del cinema spagnolo, lo stagionato Ivan Torres (Oscar Martinez) ed il divo planetario Felix Rivero (Antonio Banderas).
Il primo è lo sdegnoso alfiere della recitazione come “arte alta”, insegnante e regista impegnato, che odia Felix, in quanto volto del successo mainstream, degli Oscar, dei Goya e delle Coppe Volpi che egli reputa volgare trastullo per menti semplici. Felix d’altro canto, disprezza il più anziano collega, ritenendolo un uomo ottuso, un arrogante e ipocrita radical-chic classista.
Tra i due comincerà una rivalità a dir poco feroce, dagli esiti imprevedibili, sia per la visione opposta del cinema, sia per le stranezze di Lola, che ci metterà del suo per rendere il tutto una polveriera instabile e pronta ad esplodere.

Duprat e Cohn creano, con Competencia Oficial, una farsa della vanità e mettono sul patibolo il cinema. Le accuse riguardano il narcisismo a più livelli (alto e basso), ambiente di lavoro malsano e l’universo culturale abitato da personaggi tronfi, egoisti, autoreferenziali e sleali.
Se Oscar Martinez è maestro nell’interpretare il suo personaggio in maniera boriosa con le tinte spente dei boomers ansiosi di impartire lezioni, Antonio Banderas è semplicemente irresistibile: Felix è un monumento al divismo da cartapesta, un piccolo borghese miracolato dai rotocalchi, divo vuoto e saccente forte del suo cachet, dei likes e dei premi fini a sé stessi.

Entrambi sono sospinti verso il baratro della sperimentazione più folle e sconcertante da una Penelope Cruz a dir poco abbagliante nella sua follia mascherata da arte, profetessa di una caotica spontaneità tutta costruita.


Competencia Oficial non risparmia niente e nessuno, pialla sotto i suoi colpi l’industria cinematografica e il pubblico, toglie il velo sacrale ai divi che adoriamo perché abbiamo bisogno di idoli in carne e ossa da anteporre a quelli immaginari che scaturiscono dalla luce del proiettore.

Il film stralunato e sorprendente di Duprat e Cohn, mentre la visione va avanti senza che lo spettatore senta i minuti, si trasforma da parodia in cinico ritratto, si connette a Pirandello e a Beckett per un istante e subito dopo rinnega gioiosamente quel mondo teatrale, per tornare ad esser l’istantanea impazzita che dissacra le maschere ed i burattinai del cinema.

La sceneggiatura sublime di Andrés Duprat, Gastón Duprat e Mariano Cohn va a destrutturare il mondo del jet-set e sottolinea che l’espressione artistica del cinema odierno è sempre meno genuina perchè viziata da interessi e da figure lontanissime dall’umiltà.
Un film anti-sistema, anti-società, anarchico eppure innamorato tremendamente del mondo che mette alla berlina, delle sue potenzialità, di ciò che può essere quando è nelle giuste mani.