Dopo aver presentato in concorso a Venezia77 il controverso Nuevo Orden, ecco che il regista messicano Michel Franco torna al Lido per sognare nuovamente il tanto ambito Leone d’Oro. Il lungometraggio che dovrebbe fargli sperare la vittoria quest’anno è Sundown, che, tuttavia, all’interno del concorso di questa 78° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, ha fatto purtroppo storcere il naso a molti (come aveva fatto anche Nuevo Orden, d’altronde, ma questa è un’altra storia).
Con Sundown Franco ha voluto raccontare innanzitutto uno spaccato di Acapulco visto e vissuto da una ricca famiglia londinese che ben si contrappone al degrado e alla malavita locale. La storia messa in scena, dunque, è quella di Neil (impersonato da Tim Roth), ricco erede di una famiglia di imprenditori, il quale si reca in vacanza ad Acapulco, appunto, con sua sorella Alice (Charlotte Gainsbourg) e con i figli di lei, Colin e Alexa. Nel momento in cui un improvviso lutto in famiglia costringe tutti a tornare a Londra, stravolgendo ogni equilibrio costituitosi, Neil decide all’insaputa dei suoi famigliari di restare ad Acapulco, inventando una serie di scuse e prenotando una stanza in un piccolo alberghetto sul mare.
Come lo stesso titolo sta a suggerire, il sole svolge in Sundown un ruolo a dir poco centrale: i suoi raggi bruciano, fanno quasi male, ma, al contempo, mettono in luce ogni più recondito segreto e fanno sì che i protagonisti debbano finalmente imparare a guardare in faccia la realtà. Tutto molto interessante, indubbiamente. Eppure, come si suol dire, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E malgrado gli intenti iniziali, Michel Franco, nel mettere in scena questo suo “rischioso” lungometraggio, ha purtroppo commesso uno scivolone dietro l’altro.

In primis abbiamo un lavoro di scrittura piuttosto incerto e privo di mordente: Neil/Tim Roth vaga spaesato e senza meta per le strade di Acapulco. La sua espressione tra il beato e il sonnolente non cambia quasi mai per tutta la durata del lungometraggio. Nemmeno durante i suoi incontri galanti o quando si verificano tragedie improvvise che colpiscono la sua stessa famiglia. Ma, ovviamente, a giustificare il tutto una motivazione c’è. Peccato solo che essa salti fuori in maniera talmente forzata da far perdere quasi di naturalezza a un film già di per sé parecchio problematico. Michel Franco ha, in questo caso, problemi con la gestione dei ritmi. E fatta eccezione per alcuni momenti carichi di adrenalina (ma – ahimé – di poca credibilità), tutto si svolge in modo eccessivamente piatto.
In casi come questi, purtroppo, spesso a risentirne sono gli stessi personaggi principali, con i quali risulta assai difficile empatizzare e che non riescono mai realmente a toccare, a “incontrare” il pubblico. Peccato. Soprattutto perché relegare due interpreti del calibro di Roth e della stessa Gainsbourg a ruoli del genere significa davvero sprecare un’occasione d’oro. Chi ha il pane spesso non ha i denti. Ma questa è una storia vecchia come il mondo. E Michel Franco, dal canto suo, ha indubbiamente ogni possibile mezzo a disposizione per poter realizzare un lungometraggio quantomeno presentabile. Non sempre, però, la resa finale rispecchia le reali intenzioni iniziali.
