“Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un’infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora”.

Frank McCourt, Le ceneri di Angela, Adelphi 1996

Tornano in mente le parole dello scrittore Frank McCourt vedendo Sing Street, il film di John Carney che, dopo il passaggio all’ultimo Sundance, viene presentato ora al RomaFF11 in collaborazione con Alice nella città.

sing-streetNon potrebbe non essere d’accordo il quindicenne Connor, che nella Dublino della seconda metà deli anni’80, causa i problemi economici della sua famiglia, si vede costretto a cambiare scuola finendo nell’economico istituto dei Fratelli Cristiani. Più che una scuola un riformatorio con libera uscita, gestito dall’inflessibile padre Baxter. A casa non va certo meglio, con i genitori che litigano continuamente e i fratelli più grandi alle prese con rinunce, delusioni, compromessi tra la realtà della vita e i propri sogni. Barcamenandosi tra bulli, punizioni e famiglia allo sbando, grazie anche ai consigli del fratello Brendan (“nessuna donna può amare a lungo uno che ascolta Phil Collins”), Connor decide, all’inizio solo per far colpo sulla bella Raphinia, di mettere su una band e di fare della ragazza la protagonista dei video musicali dei neonati e improbabili Sing Street.

Da questo avvio, che potrebbe sembrare un po’ risaputo, prende vita un film che fa proprio della musica la sua ragione d’essere, il suo fulcro narrativo, il suo ritmo, la sua ispirazione stilistica. John Carney, dopo Once e Tutto può cambiare, torna a riflettere su un mondo che conosce bene, con l’aggiunta qui di una componente autobiografica (anche lui dublinese, musicista e regista di video clip) che infonde alla pellicola un mix di tenerezza e partecipazione.

Con una squadra di interpreti simpatici e affiatati, compresi i più giovani, Carey mette su una storia che, nella sua apparente leggerezza, riesce in realtà a centrare corde profonde. sing-street-3

Cambiando look e stile secondo la passione del momento, passando dai Duran Duran ai The Cure, dagli a-Ha agli Spandau Ballet, l’improvvisato gruppo di questi ragazzini matura e si consolida, la voce di Connor si fa più sicura, i video sempre meno amatoriali. Una geniale trovata visiva, dalla comicità irresistibile, ma anche un modo per raccontare i cambiamenti della musica di quegli anni e la loro valenza sociale.

Quelle canzoni hanno rappresentato per tanti giovani senza prospettive, schiacciati da un’esistenza che faceva intravedere ben poche possibilità di evasione, una forma di resistenza, una dimensione alternativa dove trovare spazio per esprimere se stessi.

La musica nel film è la risposta ad ogni problema: copre le urla e i litigi dei genitori, dà la sicurezza necessaria ad affrontare i bulli, la forza per ribellarsi e contrastare l’autorità. Naturalmente è anche lo strumento fondamentale per conquistare l’amore. Soprattutto è una spinta per sognare di essere altrove, di raggiungere la terra promessa al di là del mare in tempesta, inseguendo le proprie passioni e lasciandosi dietro le spalle tutto il resto.