Se si ha poco più di un’ora, voglia di vedere un documentario che sia anche istruttivo, allora bisogna sperare che le piattaforme di streaming mettano presto gli occhi su Invisible Nation, il documentario americano-taiwanese del 2023 diretto da Vanessa Hope, regista interessata alle dinamiche politiche del Sud Est Asiatico e che ha prodotto girato diversi corti e un altro documentario intitolato All Eyes and Ears.

Invisible Nation parla della presidenza di Tsai Ing-wen, che va avanti dal 2016 ed è stata rinnovata nel 2024, cui lotta principale risiede nel preservare la democrazia di Taiwan, contrastando il più possibile le pressioni delle forze geopolitiche degli Stati Uniti e della Cina, anche in un periodo storico delicato in cui altri conflitti come quello Russo-Ucraino possono ribaltare gli equilibri. Taiwan, di fatti, è uno stato indipendente che si è separato nel 1949 dalla Repubblica Popolare Cinese, ma non è uno Stato sovrano riconosciuto a livello internazionale ed è considerata parte del territorio cinese dal governo di Pechino.

Alla ventesima edizione del Biografilm Festival di Bologna, che si tiene dal 7 al 17 Giugno 2024, Vanessa Hope e il suo coniuge, collega e produttore di Invisible Nation Ted Hope raccontano la parte più interessante di ogni documentario, ovvero il motivo che spinge a raccontare certe storie:

“Tutto il popolo di Taiwan ama Tsai Ing-wen e il sentimento è contraccambiato. […] Noi speriamo di dare risalto ad una situazione di cui si parla troppo poco per una migliore soluzione diplomatica per Taiwan.”

Vanessa Hope, inoltre, spiega che ha ottenuto accesso a Tsai Ing-wen dopo aver compilato una proposta attraverso l’ufficio presidenziale, riuscendo a mantenere il controllo editoriale dell’intero progetto. Questione decisamente importante quando si tratta di riportare i fatti senza avere dei condizionamenti politici.

Invisible Nation, la recensione

Tsai Ing-wen è la prima donna a ricoprire questo ruolo a Taiwan e, probabilmente, anche la prima donna eletta a combattere dagli alti piani per il riconoscimento completo e globale di un paese. Tra le responsabilità che la carica le pone, si può notare un modo deciso, ma non violento di preservare per l’identità e l’autonomia di Taiwan, qualcosa che può sembrare a tratti utopico per lo sguardo del nostro tempo troppo abituato alla guerra. Tsai Ing-wen è una figura determinata nella difesa della democrazia, però il suo obiettivo principale resta il benessere dei cittadini e il rispetto profondo per un popolo che continua a sceglierla.

Invisible Hope è ben confezionato, comprensibile. È un’opera da media education che riesce a istruire anche lo spettatore più estraneo ai fatti. Vanessa Hope sceglie un taglio un po’ più pop che potrebbe essere ottimo per la futura distribuzione sulle piattaforme streaming: inserire i “confessionali” tra una scena e l’altra è sempre una buona idea per trattenere il più possibile l’attenzione e anche per avere più delucidazioni sui vari filmati di archivio e contemporanei.

L’elemento che aiuta ad elevare questo lungometraggio è soprattutto il modo in cui affronta sia la prospettiva più ampia di Taiwan, sia il ruolo degli Stati Uniti che ostacola il riconoscimento dell’isola poiché troppo interessato a ciò che gli promette la Cina.

A tratti il documentario può sembrare un semplice elogio della Presidente, però è da valutare positivamente la rappresentazione di una figura politica femminile che non si eguaglia agli altri esponenti politici uomini che cercano sempre e solo di risultare vincenti e dominanti nella loro comunicazione, ma che allo stesso tempo non viene descritta come l’ennesima figura della madre e moglie perfetta.
Per questo motivo e per l’importanza geopolitica della situazione, Invisible Nation merita almeno un’ora e venticinque minuti d’attenzione.