Jackie: il mito della Camelot kennediana rivive nel film di Larraín

La storia diventa vera se viene scritta. È questa la convinzione di Pablo Larraín e quella di Jackie, il film sulla first lady più famosa e ammirata, presentato in concorso a #Venezia73. La scelta del regista e dello sceneggiatore Noah Oppenheim non è quella di raccontare tutta la vita della protagonista, come farebbe un biopic tradizionale, ma di concentrarsi su un momento ben preciso della sua storia, fondamentale per comprendere l’importanza di Jackie nella costruzione del mito che ha circondato e ancora circonda la figura di JKF.

Il fine settimana successivo all’assassinio del marito e al funerale di stato Jackie Kennedy rilasciò al giornalista Theodor White un’intervista per il numero di Life dedicato al presidente ucciso. L’intervista uscì in edicola il 3 dicembre del 1963, raggiungendo oltre trenta milioni di persone e radicando nelle coscienze americane l’immagine più duratura e penetrante della commemorazione e del ricordo pubblico del presidente. Nel film di schermata-2016-09-09-alle-19-54-39 la conversazione con il giornalista è una cornice estremamente aperta e permeabile dentro cui finisco, frammentati e sovrapposti, il giorno dell’attentato, la preparazione del rito funebre e l’incontro di Jackie con il confessore di famiglia (forse le parti meno riuscite).

Lo scopo del regista non è dare risposte certe: il personaggio di Jackie rimane misterioso, sempre in cosciente negazione della sua parte autentica in favore di quella ufficiale da consegnare al mito di questa storia americana. Bravissima Natalie Portman, che riesce anche con la sola voce a differenziare la Jackie pubblica da quella privata. Il ritratto che viene fuori è quello di una donna fiaccata dai lutti che però ha la determinazione e l’intelligenza, anche un po’ fredda e calcolatrice, di trovare la strada per consegnare il marito all’immortalità, nella consapevolezza che è meglio una bella storia credibile piuttosto che la verità.

Particolare importanza in questa costruzione la riveste il musical Camelot di Alan Jay Lerner e Frederick Loewe andato in scena a Broadway tra il 1960 e il 1963, protagonisti Richard Burton e Julie Andrews e di cui esiste una versione cinematografica diretta da Joshua Logan (1967) con Richard Harris, Vanessa Redgrave e Franco Nero. Jackie lo indica come il preferito dal marito, creando un parallelo tra la storia del musical e quella del presidente. “Dont ever let it be forgot, that once there was a spot, for one brief shining moment that was Camelot” recita un verso della canzone finale di Camelot: nel musical, infatti, la figura di Artù è quella di un sognatore che deve fare i conti con l’infrangersi delle proprie utopie. Il suo tentativo di creare un mondo in cui regni la giustizia e in cui la forza, l’offesa, la tirannia siano una strada da abbandonare cade miseramente.

Questa storia di un re idealista pieno di buoni propositi, tradito e fermato nei suoi intenti da un atto di forza che scardina la democrazia e il diritto, si adatta perfettamente al presidente ucciso. Artù e Kennedy diventano così una cosa sola, entrambi vittime della violenza che ha spazzato via e sopraffatto il diritto e la voglia di cambiamento. Che fosse vero o meno, nel momento in cui viene paragonato ad un mito, Kennedy è divenuto mito egli stesso, rappresentazione universale delle speranze fallite, di quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Il sogno della nuova Camelot kennediana si è infranto. Come dice Jackie nel film “ci saranno ancora grandi presidenti, ma non ci sarà mai un’altra Camelot”.

 

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