È il 1998 quando Terrence Malick porta sul grande schermo La sottile linea rossa, un flusso di coscienza cinematografica che disseziona la guerra tra coscienza e incoscienza umana.

Tratto dal romanzo di James Jones, La sottile linea rossa è uno di quei titoli che, nel tempo, hanno fatto scuola su come raccontare la guerra: poca gloria e tanta vergogna.
Il conflitto, quello della seconda guerra mondiale, diventa per il regista un pretesto per parlare del genere umano, del suo fallimento, dell’impossibilità di comprendere come l’umanità sia capace di arrivare a tanto, a tale ferocia, brutalità e distruzione, non una volta, non due, ma continuamente.
La sottile linea rossa è, forse qui possiamo dirlo senza incappare nella facile incoronazione delle pellicole, un capolavoro sempre attuale da vedere e rivedere.

La sottile linea rossa: trama del film di Terrence Malick

1942, isola di Guadalcanal, Sud Pacifico; un gruppo di soldati americani, dopo aver invaso l’area senza troppe difficoltà, deve sottrarre ai giapponesi il presidio della collina su cui avevano stabilito il loro campo di aviazione. Tra smitragliate, corpi morti e soldati giapponesi stipati in angusti bunker, si fanno strada le lotte interne al reparto americano, tra il tenente colonnello Tall, assetato di potere, e il più mite capitano Staros che non è disposto a sacrificare i suoi uomini per una missione suicida.

Il tragico campo di battaglia fa da sfondo ad una narrazione che ha la chiara volontà di sollevarsi da quella terra martoriata per cercare un briciolo d’umanità in quell’inferno.
La macchina da presa di Malick scavalca i caduti per concentrarsi sugli alberi divelti, gli uccelli mutilati, le foglie divenute un colabrodo dai cui buchi filtra la luce del sole che illumina quella carneficina. La natura è lo spettatore silenzioso di quell’orribile spettacolo, è il soggetto onnipresente in ogni inquadratura, una vegetazione fitta e rigogliosa che nasconde e brucia.

È il secondo conflitto mondiale e tutto quello che sentiamo è la voce dei personaggi, i pensieri degli uomini che s’interrogano sul perché di quel male profondo, sul come ci si sia potuti spingere a tanto, tra ricordi di amori lontani e di una pace che non c’è più per colpa di altri uomini come loro.

Come abbiamo fatto a perdere il bene che ci era stato donato?

La sottile linea rossa è un film di guerra, sì, è un campo di battaglia, è sangue e proiettili, ma è anche un film che dalla guerra prende le distanze, che si allontana dalla vanagloria dei vincitori per stringere sui volti degli sconfitti, perché si parla sempre e comunque di persone, di vite.

La pellicola, di quasi tre ore, racconta solo una piccola porzione di quel conflitto mondiale ma tanto basta per toccarne con mano l’insensatezza, per rimanere ammutoliti davanti alle domande che i personaggi si pongono, ieri come oggi, come può l’uomo convivere con tutto questo?

Malick punta tutto sul flusso di coscienza, sublimato dalle musiche di Hans Zimmer e dalla fotografia di John Toll che incorniciano perfettamente l’idea di poesia per immagini che il regista voleva portare sul grande schermo.

Il ritorno dopo vent’anni

Terzo titolo per il regista americano, La sottile linea rossa arriva dopo una pausa di ben vent’anni dal precedente I giorni del cielo, pausa che ha contribuito a rendere evanescente e quasi inarrivabile la figura di Terrence Malick, regista capace di scandagliare l’animo umano e raccontarne le contraddizioni, le brutture e gli innaturali orrori…e quindi per lavorare con lui si fa a gara, sul serio.

I nomi noti ne La sottile linea rossa si sprecano, da Nick Nolte a Sean Penn, da Jim Caviezel ad Adrien Brody e ancora Woody Harrelson, John Travolta, John Cusack, John C. Reilly e Jared Leto (oltre a Billy Bob Thornton, Martin Sheen, Viggo Mortensen ed altri sacrificati nel montaggio).

Insomma, un’infinità di attori in fila per riuscire a piazzarsi davanti alla cinepresa del redivivo Malick (tra gli scartati anche Brad Pitt, Di Caprio, Costner…), anche perché la Fox, che ci aveva messo i soldi, in cambio chiedeva qualche star nel cast, ma di certo non si sarebbero aspettati che qualcuno, pur di esserci, avrebbe accettato il minimo sindacale!

Quindi, grandi attori tutti lanciati in quel feroce tritacarne che è la guerra, in questo racconto polifonico che passa da un personaggio all’altro, da una voce all’altra, per creare quel comune senso di smarrimento proprio della guerra, non c’è più un io, non esiste più il singolo, c’è solo carne. E così come i soldati, i grandi nomi di Hollywood sfilano con elmetto e fucili davanti ad una macchina da presa che non risparmia nessuno, che indugia ben poco sui volti da star per concentrarsi su quello che c’è dietro, dentro, perché lì sono tutti uguali e, a giudicare dalle delusioni di chi poi nel montaggio finale non ci ha neanche messo piede, tutti sono sacrificabili.

Per usare le parole di chi di parole se ne intende, Cesare Pavese scriveva “ogni guerra è una guerra civile, ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione” e per La sottile linea rossa è lo stesso, non c’è distinzione tra vincitori e vinti, non c’è gloria ne salvezza per chi resta, gli uomini sono solo uomini, indipendentemente dal lato in cui lottano.

E’ proprio quell’umanità che Malik vuole raccontare, quella che si perde ogni giorno, nelle azioni, nelle parole, nei meandri del potere, quella che manda a morire giovani in mimetica, ragazzini inesperti, ma anche vecchi signori, perché quasi nessuno è mai davvero pronto per combattere. Per questo la disperazione pervade la narrazione, l’ira dei più forti si scontra con le mani tremanti dei più deboli, di chi muore cercando un volto amico, davvero o nei ricordi, quelli lontani e luminosi che il regista porta sullo schermo come uno zampillo solitario di felicità perduta.

Non c’è gloria nella distruzione

Abituati negli anni ai racconti dei gloriosi soldati americani, venerati in patria e ossequiati oltreoceano come “unici” liberatori dal nazi-fascismo (c’era anche la Russia, ma oggi a ricordarlo pare si faccia peccato), tra grandi veterani e ufficiali pluridecorati, il film di Malick è, in un certo senso, una boccata d’aria fresca; qui la guerra è vista per quello che è: distruzione, morte e sconfitta dell’umanità, non c’è la subdola idea di fondo del bene contro il male, ci sono solo uomini contro altri uomini, corpi contro altri corpi, vite tolte da altre vite.
La sottile linea rossa è un concentrato di pensieri, di rimorsi, di domande che tutt’ora, a distanza di quasi trent’anni, restano senza risposta.

Questo grande male da dove viene? come ha fatto a contaminare il mondo?

E siamo ancora qui, con le stesse domande; e se trent’anni fa la mdp di Malick, disperata, puntava al cielo per cercare risposte in un qualsiasi dio che fosse capace di dare un senso a tutto questo, oggi, come sempre, gli occhi basta puntarli ad altezza uomo.

Ora che siamo circondati da guerre fatte di uomini, di potere, e di uomini di potere, restiamo a guardare la giornaliera distruzione di vite e luoghi come fosse un sottofondo macabro al quale, alle lunghe, ci si possa addirittura abituare. Ma quei numeri, quelle vittime civili, quei soldati, veri o improvvisati, sono i figli di qualcuno, fratelli, padri, mariti, amici di qualcuno.

Al di là di pensieri e schieramenti, di interessi mascherati da grandi piani di liberazione da chissà quale male con altro male, di parole infarcite di retorica e la svuotata diplomazia che cede il passo alle sempre più gonfie armi, l’unica cosa che conta è non perdere di vista l’umanità.

E se proprio dobbiamo parlare di potere, uno di quelli che conta è quello del cinema che è da sempre in grado di insegnarci a guardare la storia da vicino, anche con gli occhi degli altri, è la sua capacità di far entrare il pubblico in un luogo che dal divano di casa ci sembra lontanissimo, eppure è sempre in questo mondo; e con La sottile linea rossa Malick ha fotografato perfettamente l’anima della guerra, la sua essenza distruttiva che nulla costruisce, se non idee vuote e giustificazioni messe sugli occhi della gente come fossero una benda per non guardare in faccia la realtà: la guerra è la morte dell’umanità e chiudere gli occhi non renderà quelle morti meno vere. E se le guerre di oggi saranno i film di domani, stavolta non saremo più giustificati dal tempo, perché stavolta noi c’eravamo.