Gli Oscar non sono solo lacrime, almeno non sempre. Anche se con fatica, qualche titolo riconducibile ad una commedia possiamo trovarlo tra le statuette degli Accademy.
Ecco quindi tre pellicole, non troppo drammatiche, ma che strappano risate, premiate come Miglior film.

Io e Annie di Woody Allen

Annie e io abbiamo rotto.

Inizia così il capolavoro di Woody Allen, datato 1977, che vinse 4 premi Oscar. Un successo inaspettato, al tempo, per una commedia del genere.

La storia di base è semplice: una relazione finita ed un uomo che ne ripercorre alcuni momenti sparsi, per capire da dove abbia avuto inizio la crepa.
Quello che rende il film un commedia da Oscar però, è proprio il genio di Allen. Con il suo modo cervellotico e nevrotico di raccontare, quella sua ossessione psicoanalitica che è diventata un vero e proprio marchio, condito con la comicità yiddish mescolata a quella tipica americana.

Annie Hall, titolo originale, trova la sua forza nella sua verità: una coppia reale, un amore reale. Crisi, nevrosi, incomprensioni, amore e incapacità di accettare completamente l’altro. Il film si regge tutto sui dialoghi tra i due immensi protagonisti: Woody Allen e Diane Keaton, con veloci botta e risposta che danno alla pellicola un ritmo serrato. Niente colonna sonora, ma solo musica in presa diretta, che sia da un’autoradio o da una festa. Merito del fascino di Allen per Ingmar Bergman e per la sua totale assenza di musica; il film però non risente assolutamente di quel sobrio silenzio, anche grazie alla presenza di trovate registiche pazzesche: Allen si rivolge direttamente al pubblico, sfondando la quarta parete; sottotitola i veri pensieri dei personaggi, completamente diversi da ciò che realmente dicono; o ancora quando tira in scena il sociologo Marshall McLuhan, per fare a pezzi le teorie di un giovane pieno di sé. Giustamente premiato, Io e Annie è probabilmente, ancora oggi, la migliore commedia mai realizzata in America.

Forrest Gump di Robert Zemeckis

Nessuno è migliore di un altro, ognuno a modo suo è speciale

diceva Forrest, ma nel 1994 il miglior film era proprio Forrest Gump.
Inno all’ottimismo ed alla leggerezza, Forrest Gump, interpretato da un giovanissimo Tom Hanks, è una delle pellicole rimaste nella memoria collettiva.

Sarà perché il film racconta trent’anni di storia americana, ma lo fa con la voce di un ragazzo con uno sviluppo cognitivo inferiore alla norma. Sarà perché è intriso di buonismo e grandi sentimenti, che forse il regista, Zemeckis, ha ereditato da Spielberg, suo padre cinematografico. Forse perché, alla fine del film, ci si chiede se sia davvero Forrest ad avere qualcosa in meno rispetto agli altri, o se non sia proprio il contrario.

Sicuramente lo ricordiamo soprattutto per la tecnica ineccepibile e per quel mood favolistico che quasi ci fa arrivare a credere che Forrest abbia insegnato a ballare ad Elvis. Grazie all’uso magnifico ed invisibile degli effetti speciali dell’Industrial Light & Magic, infatti Tom Hanks entra nei filmati di repertorio, fino a stringere la mano a Kennedy e Nixon o sedersi accanto a John Lennon in tv. La pellicola del 1994 ha ottenuto ben 6 premi Oscar, tra cui proprio Miglior montaggio e Migliori effetti speciali.
Tra il drammatico ed il sentimentale, l’insolita e celebre pellicola di Zemeckis è sicuramente una “commedia” da ricordare.

A spasso con Daisy di Bruce Beresford

Torniamo indietro al 1989 con il film di Bruce Beresford, tratto dall’omonima opera teatrale di Alfred Uhry. Dal teatro arriva anche Jessica Tandy, premiata come Migliore attrice protagonista, per la sua splendida interpretazione di Daisy Werthan. Un’anziana e burbera donna ebrea, indipendente e testarda, dopo un incidente in auto, viene costretta dal figlio, Dan Aykroyd, ad accettare la necessità di un autista. L’uomo, non è di certo un autista qualunque, ma è Morgan Freeman, nel ruolo di Hoke Colburn. Dopo un inizio, non proprio dei migliori, con diffidenze e tentativi di allontanamento, la cocciuta Miss Daisy si renderà conto che quel paziente autista era la cosa migliore che potesse capitarle. Un’amicizia commovente che va avanti per anni, con frecciatine divertenti e grandi riflessioni, affrontate sempre con sobrietà.

Lo sfondo è quello di un’America tra gli anni ’50 e ’70, fatta di pregiudizi e lotte per i diritti. Il film infatti, sul finale, passa la palla a Martin Luther King, con il suo discorso sul razzismo, insito non solo negli estremisti, ma in qualsiasi pregiudizio, che ben racchiude il messaggio della pellicola. Non proprio una commedia, quindi, dato il suo girare sempre intorno al grande tema del razzismo e della tolleranza, sia dal punto di vista della donna ebrea che dell’uomo di colore; ma è il modo irriverente, simpatico e ritmato, che riesce a non cadere nella banalità, anche se sia sempre dietro l’angolo, che rende A spasso con Daisy una quasi commedia sentimentale. Un film che, in ogni caso, meriterebbe di essere visto, anche a distanza di parecchi anni.