A cinquantanni dalla sua morte la figura di Pier Paolo Pasolini cresce in grandezza in maniera trasversale anche presso chi all’epoca lo osteggiò a causa del suo comportamento eretico nei confronti delle ideologie dominanti a destra e a sinistra nel panorama culturale italiano.
Oggi nessuno mette più in dubbio il suo valore di grande poeta non solo nella letteratura, ma anche del cinema, quel cinema tardo neorealista che egli superò con la sua pratica di un “cinema di poesia” inaugurata da opere come Accattone e Mamma Roma la cui modernità avrebbe influenzato tanti registi successivi, film regolati da quel ritmema da lui elaborato sul piano del montaggio in relazione all’impiego del rapporto tra il tempo e lo spazio nelle inquadrature con una originale prosodia e nuova metrica diverse da quelle del cinema tradizionale.

Ma grande è stato Pasolini anche come profeta dei mali quali l’omologazione culturale, il consumismo e sopratutto quella crescita dello sviluppo senza progresso in atto negli anni sessanta e che oggi ha raggiunto livelli intollerabili per colpa di tecnologie sempre più invasive e fuori controllo.
Animato da quello che lui chiamava “Il mio intimo profondo arcaico cattolicesimo“, Pasolini giudicò il nostro paese per bocca di Orson Welles intervistato da un giornalista sul set de La Ricotta:
il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa
Oggi il popolo è meno analfabeta, ma la borghesia resta quella più ignorante d’Europa (ignorante, presuntuosa, aggressiva e complice di un potere politico ed economico senza più alcun controllo demotratico).
