Criminali solitari, città notturne e fatalismo nel genere che ha segnato il cinema francese

La Francia del secondo dopoguerra, così segnata dal conflitto e dall’occupazione nazista, era frammentata al suo interno tra due generazioni: quella che non riusciva a dimenticare il passato e quella più giovane che se ne voleva profondamente distaccare.

Nel cinema nazionale, però, la spaccatura era minore, laddove i giovani dei Cahiers du Cinéma (ancora per lo più critici) erano i primi a rivalutare il cinema di genere americano, i registi già affermati guardavano oltreoceano rielaborandone radicalmente i codici.

In particolare, il sottogenere polar (da roman policier, semanticamente poi ibridato con il termine noir), prima nella letteratura di Simenon e Manchette e poi, a partire dagli anni Cinquanta, sul grande schermo, riscriverà il mito dei criminali d’oltreoceano, ispirando anche la generazione di Godard e Truffaut.

Tra America e Francia

Come sarà per lo spaghetti-western per i racconti sulla frontiera, il polar rielabora in profondità i codici del noir classico americano, riducendone le intricate trame ordite dagli elaborati sotterfugi di criminali affascinanti. Attraverso una sensibilità memore del trauma bellico, il genere francese dilata il tempo e lo infonde di un profondo fatalismo, disinnescando così le rapide catene causali i cui colpi di scena hanno reso grande molto cinema di Hitchcock.

Sembra una prima timida apertura al modernismo – incrinatura dell’immagine-movimento deleuziana verso l’immagine tempo – quella del polar che lavora dunque per sottrazione narrativa e per accentuazione atmosferica, al contrario dello spaghetti-western che, nel cinema di Leone, ad esempio, procede a una iper-caratterizzazione quasi fumettistica dei personaggi.

I personaggi del polar

In un isolamento esistenzialista che sembra ancora memore di Camus e del suo Lo straniero, i torbidi personaggi del genere francese non cercano redenzione, né salvezza. I poliziotti e i criminali del polar, a differenza della controparte americana, sono coscienti dell’imperscrutabilità del fato e della sua immutabilità.

Perciò a loro volta si rivelano personaggi privi di una psicologia intellegibile, anch’essi invischiati in metropoli fumose e corrotte dove le ombre sembrano divorare le luci. Tuttavia non agiscono, come nel noir classico, principalmente in risposta a una causa, ma sembrano piuttosto seguire quella inevitabile linea tracciata per loro da entità ignote.

I film imperdibili

Questa particolare ottenebrazione delle strutture narrative del noir classico, delle macchinazioni diaboliche che si concatenano a orologeria, ha reso grandi molte delle pellicole di Melville.

Lo spione, Frank Costello faccia d’angelo, I senza nome e Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide, sono quattro opere del regista che hanno contribuito a definire l’atmosfera rarefatta del sottogenere, mentre pellicole come Rififi di Jules Dassin e Asfalto che scotta di Claude Sautet hanno lavorato su una componente maggiormente narrativa.

Attraverso questa essenziale filmografia si comprende come il polar non sia tanto un sottogenere, quanto un modo di guardare quello del noir. Qui, infatti, il crimine è solo una superficie opaca sotto cui si muove una riflessione profondamente condizionata dalla guerra sul tempo, sulla solitudine e sul destino, svuotando il mito e lasciando sospeso ogni giudizio sull’esistenza.

FAQ su il polar francese

Quali sono stati i volti che hanno reso celebre il genere?

Tra i volti più celebri del noir troviamo Lino Ventura, Michèle Morgan, Jean Gabin, Philippe Noiret, Jeanne Moreau o Jean-Paul Belmondo.

Chi era Jean-Pierre Melville?

Jean-Pierre Melville è stato uno dei registi francesi più influenti del dopoguerra, divenuto presto anche figura di riferimento per la Nouvelle Vague e per Godard che lo inserirà anche in Fino all’ultimo respiro. Profondamente affascinato dal cinema americano, ne ha rielaborato i codici contribuendo con i propri film a definire l’estetica del polar.

Quali sono i film che recentemente hanno rielaborato il polar?

L’eredità del sottogenere francese è stata lunga e pervasiva anche nel resto d’Europa. Negli ultimi decenni alcuni registi d’oltralpe ne hanno ripreso i codici, come ad esempio Jacques Audiard in Il profeta e 36 Quai des Orfèvres di Olivier Marchal.