La pandemia da Covid-19 ha stravolto, negli ultimi due anni, la vita di tutti noi. Eppure ognuno ha vissuto tale straniante momento storico a modo suo. Le conseguenze (non soltanto per chi si è ammalato, ma anche per chi è semplicemente rimasto in casa) si fanno ancora sentire vive e pulsanti. A raccontare questo recente avvenimento dal punto di vista di una giovane adolescente costretta a restare in quarantena insieme a sua madre ha pensato, dunque, il regista di Taipei Chung Mong-Hong, che con il suo lungometraggio The Falls (titolo originale: Pubu) – presentato all’interno della sezione Orizzonti alla 78° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia – ha dato vita a un complesso e stratificato rapporto madre-figlia.

Xiao Jing, dunque, ha diciassette anni e, dopo il divorzio dei suoi genitori, vive da sola con sua madre Pin-Wen, impiegata in una multinazionale. Un giorno una sua compagna di classe viene trovata positiva al Covid e la ragazza è costretta a trascorrere un periodo di quarantena in casa. Allo stesso modo, sua madre verrà temporaneamente congedata dal lavoro. Il già conflittuale rapporto tra le due si rivelerà ancora più complicato durante i giorni di isolamento in casa. Giorni in cui la madre della ragazza inizierà inaspettatamente a comportarsi in modo strano.

In The Falls, dunque, il Covid è più che altro considerato come la miccia scatenante. Un evento inaspettato che porta a galla antichi malesseri e ne provoca altri. La malattia mentale è uno di questi. Pin-Wen non ha mai smesso di star male per la fine del suo matrimonio. Allo stesso modo, la donna fatica a rapportarsi a sua figlia, che sta per diventare adulta e ancora non sa bene cosa vuole dalla vita. La sua nevrosi è una richiesta d’aiuto. Sua figlia è spaventata e disorientata. Ed è proprio a questo punto che il loro rapporto si sviluppa ulteriormente, i ruoli si invertono, la figlia diventa madre e guida. E il regista, dal canto suo, è riuscito a mettere in scena il loro tenero e spesso doloroso rapporto con una sensibilità e una delicatezza fuori dal comune.

Una sceneggiatura robusta – che, forse, soffre soltanto di qualche piccola, ma perdonabile forzatura man mano che ci si avvicina al finale – fa da base perfetta per una messa in scena che riesce a coniugare alla perfezione scene di suspence dalle gradite venature del thriller (a tal proposito, l’appartamento in cui vivono le due protagoniste, dalla facciata completamente coperta da un telone blu a causa di alcuni lavori di ristrutturazione, si rivela claustrofobico e angusto al punto giusto, data la luce costantemente bassa) con momenti di pura tenerezza e contemplazione. Proprio in perfetto stile orientale.

L’attenzione ai dettagli, pietanze preparate con cura e amore, porte chiuse attraverso le quali si sentono indistinti suoni, ma anche cascate che con il loro rumore assordante possono far perdere il lume della ragione sono soltanto alcuni dei tanti, piccoli elementi che hanno fatto di questo The Falls un lungometraggio intimo e prezioso, mai scontato o banale e che non punta a tutti i costi a strappare allo spettatore una facile lacrima. Una piacevole sorpresa in questa variegata 78° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.