Tra gli attori italiani più premiati, Elio Germano è conosciuto per le sue straordinarie capacità attoriali, grazie alle quali riesce a portare sullo schermo personaggi spesso logorati, vinti, inadeguati alla vita e alle situazioni, che si battono per qualcosa di grande, spesso anche più grande di loro. Senza dubbio uno dei migliori artisti in circolazione, in grado quasi di sparire dietro ai suoi personaggi pur rimanendo sempre riconoscibile. Chiamato spesso antidivo, per i suoi modi semplici e genuini, il look senza troppe pretese e i piedi ben piantati per terra, Elio Germano non è solo attore ma anche regista teatrale, rapper con il suo gruppo romano chiamato Bestierare, attivista e ambasciatore del Molise nel mondo. Senza dubbio un’artista con la a maiuscola.

Le migliori interpretazioni di Elio Germano

La nostra vita

Elio Germano nel film di Daniele Luchetti è Claudio, giovane operaio edile sposato con Elena, una bravissima Isabella Ragonese, in attesa del terzo figlio. Quel rapporto matrimoniale fatto di tenerezza, complicità ed equilibri segna il prima di una vita destinata però a cambiare drasticamente. Elena muore per complicazioni legate al parto e il giovane Claudio si ritrova solo. Costretto a farsi carico di un immenso dolore, dei figli e di un’assenza palpabile, Claudio spinge il piede sull’acceleratore e comincia a volere tutto, tutto quello che il mondo ha tolto a lui e ai suoi figli. Il tutto del Claudio di Elio Germano sono però le cose, i beni materiali, quella ricchezza che non ha mai avuto e che il suo lutto gli fa credere di meritare a qualunque costo.

Quello di Luchetti è un film dai tratti duri, cinici ma anche molto pietosi, un film che getta un’occhiata sulla vita di borgata, sul lavoro, sul denaro e sulla voglia di riscatto, ma si sa che non tutto si può comprare con i soldi. Lo sfondo è un’Italia immersa in questo torbido meccanismo del produrre soldi, del lavoro in nero, degli illeciti e delle speranze. Grande punto fermo della pellicola è però la famiglia, onnipresente e che quasi fa da scudo ad un mondo che sembra andare in una direzione tutta sua. Elio Germano qui è emozione vera, è rabbia e risentimento, è urla, cadute, sfoghi, è uno specchio perfetto di uomo solo col suo dolore. Da menzionare per la sua enorme potenza è la scena del funerale, con il protagonista disperato e rabbioso che urla sulle note di Anima Fragile di Vasco Rossi. Presentato al Festival di Cannes del 2010, La nostra vita è valso a Elio Germano il premio per la miglior interpretazione maschile nonché un David di Donatello.

Dedico il premio all’Italia e agli italiani, che fanno di tutto per rendere migliore il nostro Paese nonostante la classe dirigente.

Magnifica Presenza

Elio Germano nel 2012 è diretto dal prolifico regista Ferzan Ozpetek, che lo inserisce in una commedia giocata tra realtà e immaginazione, attribuendogli un ruolo molto diverso da quelli fino ad allora interpretati. La storia, sul filo dell’assurdo, è quella di Pietro, un giovane ragazzo della provincia di Catania che si trasferisce a Roma, sognando di fare l’attore, ma che si mantiene lavorando come pasticcere. Il ragazzo, che aspira al mondo del cinema, si trova a vivere in una finzione ben diversa: il suo nuovo appartamento romano è occupato da una famosa compagnia teatrale, che però arriva dal 1943. Gli occupanti sono infatti spettri, del tutto inconsapevoli di esserlo, che durante il periodo del fascismo si erano rifugiati in quella stessa casa.

Germano è letteralmente la Magnifica Presenza della pellicola, che ben incarna la sensazione di solitudine, tenerezza, semplicità, inadeguatezza e frustrazione per sogni che sembrano non riuscire a realizzarsi. Ozpetek con la sua tipica leggerezza e quell’amara simpatia racconta in questo film la paura, l’illusione, la bellezza della sensibilità umana e la diversità: tutte qualità che spesso vengono nascoste sotto una maschera “migliore” da mostrare al mondo. Grazie al suo giovane trasognato, dal perfetto accento siciliano, Elio Germano vince il Globo d’Oro come miglior attore.

Il giovane favoloso 2014

Nel biopic di Mario Martone del 2014, Elio Germano è il giovane Giacomo Leopardi. Torna quindi per l’attore un ruolo tanto difficile quanto commovente, trovandosi a vestire i panni di uno dei poeti italiani più conosciuti dal grande pubblico. Il film porta sullo schermo il lato meno conosciuto del poeta, quello più umano e introspettivo, rappresentato da Elio Germano grazie allo studio “matto e disperatissimo” su Leopardi, che lui stesso ha definito però la parte più bella del lavoro, tra Recanati, la casa del poeta, gli eredi e gli scritti. Fragile, solo, malato e costretto in un corpo che sembrava allontanarlo dal mondo esterno, il giovane favoloso di Elio Germano va al di là di ogni definizione scolastica sull’autore e di quell’eterna infelicità che gli è stata sempre attribuita.

ùIl film scava infatti nella complessità del poeta, dell’uomo e delle motivazioni che l’hanno reso immortale. Un prigioniero della famiglia cattolicissima, del suo corpo deforme e di un tempo che non gli apparteneva e a cui si ribellava. Elio Germano riesce, ancora una volta, a trasmettere al suo pubblico l’essere e non il recitare, a far rivivere la malattia, il pensiero, l’intelletto e la solitudine di un uomo e di un grande genio. La poetica di Leopardi rivive nella delicatezza delle immagini create da Martone e nelle straordinarie capacità interpretative di Elio Germano che ottiene, di nuovo, un David di Donatello come miglior attore protagonista.

Suburra

Nel celebre film di Sollima del 2015, Elio Germano è Sebastiano, un giovane organizzatore di eventi e feste lussuose per personalità in vista, che gli permettono di stringere mani e fare conoscenze che gli si ritorceranno inevitabilmente contro. il filo conduttore del film, ossia quel malaffare che dalle camere del potere si riversa nelle strade delle periferie, travolge anche il giovane Sebastiano, che rimane impigliato in una rete fittissima di ricatti e criminalità. Sollima qui racconta perfettamente la perdita della morale, il crollo dei nobili ideali e la corruzione, in favore di un individualismo malato capace di spazzare via qualsiasi cosa ci sia intorno.

Per rappresentare questo mondo ricco e perbene, che nasconde un’inaudita violenza dietro un’apparenza patinata, Elio Germano ha raccontato di aver attinto al mondo che è abituato a vedere intorno a sé: quelle periferie che oggi si somigliano tutte e che allo stesso tempo differiscono una dall’altra, lasciate a se stesse e in preda a chiunque. Perfetto e credibile, come sempre, Elio Germano si riconferma il grande attore che è anche in Suburra.

In arte Nino

Diretto da Luca Manfredi, figlio di Nino, il film del 2016 è un omaggio al celebre attore italiano, quasi un romanzo di formazione che ne ricorda i difficili esordi e l’uomo che è stato, prima di diventare un attore indimenticabile. Con una sceneggiatura scritta dallo stesso regista in collaborazione con Elio Germano, il biopic per la Rai riporta la parte di vita meno conosciuta di Nino Manfredi: dalla malattia al sanatorio, dal rapporto difficile con il padre alla mentalità dell’epoca, tutto legato insieme dalla sua immensa e sincera passione per la recitazione.

In arte Nino descrive infatti un tempo completamente diverso dal nostro, un tempo in cui il cammino dell’attore era difficile e poco supportato, soprattutto se inserito nel terribile periodo della guerra. La pellicola è un grandissimo gesto d’amore di un figlio verso il proprio padre e di un grande attore verso un altro immenso artista, quasi un omaggio non solo a Manfredi ma al lavoro attoriale in generale.
Avvolto dalle musiche di Nicola Piovani, Elio Germano ha interpretato il grande Nino con amore e rispetto, prendendone le movenze, le gestualità, l’accento ciociaro, il carattere e l’ironia, facendolo rivivere per noi, ancora una volta.

Favolacce

Film corale di Damiano e Fabio D’Innocenzo che nel 2020 ha stregato il Festival di Berlino infrangendo qualsiasi regola cinematografica, con tecniche di regia innovative e non convenzionali, Favolacce riporta l’eccellenza nel cinema italiano. La storia è quella di alcune famiglie della periferia romana, lette attraverso dei racconti scritti in un vecchio diario dalla voce di Max Tortora.
La storia, che inizia quasi come una favola, si fa sempre più cruda e inquietante, sfociando nella realtà, problematica e dura di vite disperate che si intrecciano e s’incastrano come delle brutte favole, o meglio Favolacce. L’ordine e l’apparente perfezione delle villette a schiera dei protagonisti si scontra con il racconto stridente e inquieto dei fratelli D’Innocenzo, ricco di problemi, dolori e rivalità nascoste, unite da un elemento disturbante che si risolverà solo dopo, nell’incubo finale.

La fotografia è perfetta e sconvolgente, con dei primissimi piani alternati a dei campi lunghi che sembrano voler tenere il pubblico lontano, come fosse estraneo a quel dramma che lentamente si consuma in quel mondo che sembra distante eppure vicinissimo. Elio Germano qui interpreta un personaggio iper reale, è Bruno, padre di famiglia violento, dominante, pretenzioso, un uomo crudele e volgare, un tassello che s’incastra perfettamente in quel risentimento che provano i figli verso quegli assurdi e inadeguati genitori.

La bravura di Elio Germano però esplode nelle fortissime scene finali, con l’attore che piange disperato riuscendo a trasmettere al pubblico quell’incubo solo attraverso la sua reazione, con un primo piano del dolore umano. La storia, quasi neorealista e disperata, dei fratelli D’Innocenzo ha vinto l’Orso D’Argento a Berlino per la miglior sceneggiatura, che definire perfetta sarebbe poco.

L’incredibile storia dell’Isola Delle Rose

Nel 1968, mentre tutti volevano cambiare il mondo, Rosa se lo costruiva. Nel film del 2020 di Sydney Sibilia, la storia è infatti quella, incredibilmente vera, di Giorgio Rosa, ingegnere che nel 1968 fondò uno Stato indipendente al largo dell’Adriatico, di fronte Rimini. Elio Germano, nei panni del protagonista, è un giovane geniale ma dai modi ribelli e anche un po’ infantili che riesce però a dare forma, anche se per poco, a quella voglia di libertà e volontà di sognare di un’intera generazione negli anni ’60.

Elio Germano anche qui da prova della sua grande attorialità e capacità di ricreare qualsiasi personaggio, con tutto quello che lo circonda. Perfetto nel dialetto romagnolo e in quei modi quasi bambineschi, anche nel gestire la storia d’amore con la donna della sua vita interpretata qui dalla bravissima Matilda De Angelis, Giorgio Rosa mostra tutta l’inquietudine e la speranza di un giovane di quegli anni. Vince qui il Nastro d’Argento come migliore attore protagonista in un film commedia.

Una delle cose che mi ha colpito di più parlando con i reduci di quell’avventura è il fatto che allora si faceva a gara nel distinguersi, nel fare le cose più strane, mentre ora tutti tendono ad omologarsi e ad avere più like

Volevo Nascondermi

In Volevo Nascondermi del 2020, premiato con l’Orso d’Argento a Berlino, l’Antonio Ligabue di Elio Germano è probabilmente uno dei ruoli meglio riusciti dell’attore. La storia, raccontata dal regista Giorgio Diritti, è quella del famoso pittore e scultore di origini svizzere che ha fatto della sua condizione il motore e la spinta della sua genialità. Da reietto, deriso ed emarginato l’artista Ligabue è riuscito ad imporsi con la sua pittura forte, ipercolorata, animalesca e rabbiosa. Elio Germano qui è stato in grado di portare sullo schermo un uomo difficile, nascosto, geniale e potente, sempre con la sua capacità di mimetizzarsi, quasi di perdersi nel personaggio, in modo tale da veicolare quell’immagine specifica senza alcuna corruzione.

A tratti irriconoscibile, coperto da trucco e deformazioni fisiche, Germano in Volevo Nascondermi è davvero Antonio Ligabue, non interpreta la deformità ma la vive e la trasmette al pubblico. Indubbiamente, a chiudere il cerchio di un lavoro ineccepibile c’è lo studio sul linguaggio, quel dialetto proprio di un uomo trapiantato in Italia che plasma il suo svizzero-tedesco sul parlare degli altri. Germano stesso ha raccontato che gran parte del lavoro di ricerca sul personaggio è stato fatto grazie ad interviste sul luogo fatte di ricordi, racconti e leggende, in modo che l’attore potesse lasciare libero Ligabue di prendere il sopravvento sullo schermo. E così è stato, perfetto.

Stavolta Elio Germano, vincitore dell’Orso d’Argento per il miglior attore al Festival di Berlino, ha dedicato il suo premio “a tutti gli storti, tutti gli sbagliati, tutti gli emarginati e tutti i fuoricasta” sostenendo che Ligabue somigli a ciascuno di noi, a chi si sente inadatto, sbagliato, diverso ed ha solo bisogno di coraggio per non perdere la voglia di essere sé stesso.