Con The Legend of Tarzan, il nuovo film in sala dal 14 luglio incentrato sul leggendario personaggio creato da Edgar Rice Burroughs, il cinema tenta di riavvicinarsi a uno dei suoi mitologici protagonisti. “La persona diritta e perfetta, muscolosa come dovevano essere i più belli tra i gladiatori, possedeva allo stesso tempo la grazia sinuosa delle statue greche”; così l’autore descrive Tarzan, che nei suoi 105 anni di storia (li compirà ad ottobre dell’anno prossimo), è stato tra i primi eroi trans mediali, protagonista fin dalla sua The legend of Tarzan 2comparsa di film, serial, fumetti (il primo dei quali illustrato dal grande Hal Foster), con una ventina di attori che si sono succeduti nel prestarli volto e fisico statuario.

Il più noto rimane Johnny Weissmuller, olimpionico di nuoto di origine austrica alto un metro e novanta, che lo interpretò in 12 film tra il 1932 e il 1948, con accanto l’altrettanto indimenticabile Jane di Maureen O’Sallivan, madre di Mia Farrow. Pur se ampiamente sfruttata, la storia dell’uomo cresciuto lontano dalla civiltà, in simbiosi con la natura ma in parte cosciente della propria superiorità intellettuale sul mondo animale, mantiene ancora un fascino e un’ambiguità che lascia spazio alle più diverse interpretazioni.

The Legend of Tarzan, diretto da David Yates, regista degli ultimi quattro capitoli della saga cinematografica di Harry Potter e dell’atteso Animali fantastici e dove trovarli, non riesce però a trovare una strada convincente per rinnovare il mito di questo “ragazzo selvaggio”, accontentandosi di proporre solo un sequel abbastanza prevedibile della storia classica (che per non disorientare i neofiti viene comunque raccontata con dei flashback sparsi lungo tutto il film).

Tarzan (Alexander Skarsgård) ha lasciato la giungla del Congo ed è tornato a Londra per prendere il suo posto in società ed ereditare il titolo di lord Greystoke. Ha sposato Jane (Margot Robbie), con cui vive nell’enorme villa di famiglia, in attesa di un figlio che tarda ad arrivare. Ma non appena un perfido affarista senza scrupoli (Christhop Waltz) inviato dal re del Belgio minaccerà le tribù di indigeni della sua terra, il compassato lord non tarderà a sparire per rivelare addominali e urlo inconfondibile del leggendario uomo scimmia.

Vorremo davvero che ci fosse di più da dire, ma a parte un paio di sottotrame irrilevanti e un guscio pseudo storico, il film non sembra avere molto altro da raccontare. Di alto livello il comparto tecnico, capace di ricreare con la computer grafica una realtà di fredda perfezione, con due protagonisti belli in modo irritante, una giungla elegante e caldamente illuminata, e degli animali espressivi come non mai. Tutto talmente (troppo) perfetto da risultate falso e costruito tanto quanto le liane di corda e i mutandoni di pelle The legend of Tarzan 3di leopardo dei Tarzan da B-movie.

David Yeats si dimostra ancora una volta regista corretto ma non di grande inventiva, incapace di costruire ritmo e sottotesti o di sfruttare a pieno il cast, con attori come Jim Broadbenth e Ben Chaplin che si devono accontentare di una battuta a testa e qualche inquadratura. La riflessione sulla schiavitù, sulla modernità, sul rapporto tra uomo e natura risulta fin troppo facile e scontata, i personaggi nient’altro che archetipi e macchiette (la spalla comica dottor Williams di Samuel L. Jackson, il cattivissimo cattivo di un Christoph Waltz mai così manierato).

Alla resa dei conti l’impressione finale è quella che questo The Legend of Tarzan non sia molto diverso dai suo predecessori degli anni ’30, solo più costoso, più lungo, ugualmente irreale e innocuo, ma molto meno divertente.

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