Time è uno dei film più conosciuti, dopo Pietà e Ferro 3, del regista coreano Kim Ki Duk (김 기덕) ed è una pellicola uscita nel 2006 sulla scia dell’ingrandirsi dell’industria della medicina estetica in Corea Del Sud, che tutt’ora detiene il primato nel settore.

Ma la pellicola, nel classico stile del regista, non è una semplice denuncia al sistema o ad una determinata cultura (in questo caso del possesso), ma è un’esplorazione di una tristezza profonda, causata da una scarsa comunicazione.

La storia parla di Sehee (새희) e Jiwoo (지우) una coppia che sta insieme da due anni, nella quale non va tutto liscio per via della gelosia di lei, che la porta a temere che Jiwoo possa stancarsi di lei. Sehee si ossessiona talmente tanto che decide di sparire per diventare un’altra donna e si rivolge ad una clinica specializzata per cambiare il proprio viso.

Nella sceneggiatura non viene esplicitato, ma finché Jiwoo non la rincontra, lei ostacolerà tutte le relazioni che Jiwoo prova ad avere con altre donne. Time continua con Jiwoo e la nuova Sehee (il nome ora si pronuncia alla stessa maniera, ma si scrive diversamente, 세희) che si frequentano e sono felici insieme, ma tutto cambia quando Jiwoo, a cuore aperto, le dice che non saprebbe che fare se tornasse la sua ex ragazza sparita mesi prima. E ora Sehee è combattuta perché non ha più quello che ha sempre voluto: essere l’unica ragazza importante.

Time, la recensione

La noia crea l’assurdo, se vogliamo il ridicolo. È questo ciò che si evince con estrema chiarezza da Time, innanzitutto per come il regista e sceneggiatore sceglie di far letteralmente collassare il tempo, che diventa ciclico alla fine per sottolineare un modus operandi autodistruttivo, una sorta di cane che si morde la coda. Per essere più precisi, la pellicola prende un tema sicuramente controverso (che ora verrebbe trattato in maniera meno superficiale), lo esaspera fino a farlo diventare – appunto – assurdo e lo riporta in tale maniera persino da un punto di vista temporale. Infatti, le prime scene e le ultime sono le stesse.

Ma non solo, perché a dimostrazione di come il tempo viene esasperato, c’è l’insistenza dei luoghi che si ripetono come il bar, il traghetto, l’isola delle sculture, l’appartamento. Gli unici posti che non vengono replicati sono proprio quelli legati a nuove esperienze, nuove persone. Invece quelli con Sehee (originale e rifatta) sono sempre gli stessi, perché c’è questa ridicola voglia di ricreare ricordi che già esistono. 

Film illogico anche perché non esisterebbe trama se ci fosse stata una comunicazione normale: Kim Ki Duk fa parlare i suoi personaggi ma lo fa male, li fa urlare, li fa esprimere sentimenti da decifrare. Non è un caso che la potenza dei dialoghi è tutta, volutamente, sulle spalle degli interpreti Sung Hyuna (성 현아)  e Ha Jungwoo (하 정우), soprattutto sulla recitazione dell’attrice che rende perfettamente una donna mentalmente sbilanciata che più che modellarsi sulle pressioni estetiche, o sul possesso di Jiwoo, si ossessiona dall’idea di essere l’unica, finendo per non riuscirci perché diventa gelosa della vecchia sé. 

Insomma, la storia è un paradosso che nasce dalla noia, da una relazione stantia aggrappata solo ai ricordi legati all’effimero, ai primi tempi in cui le farfalle nello stomaco volicchiavano. 

Lo sviluppo di Jiwoo, dal canto suo, se all’inizio è poco interessante perché sembra un cliché, poco a poco si comprende che la sua relazione con Sehee, seppur non fosse rosea, non era solo materialistica. Lui si preoccupa e infine si rassegna. 

Non ci sono davvero dei motivi validi (o per lo meno non vengono mostrati) che dimostrino qualcosa di bello della loro relazione (se non qualche fotografia, altro simbolismo legato alla tematica del tempo), perché la relazione tra i due è palesemente appesa ad un filo, eppure Time ci mostra come una persona, dopo un abbandono, cerca di riempire un vuoto con cui ha dovuto scontrarsi senza volerlo. Lui è confuso e incerto sui suoi sentimenti, il che, in fondo, potrebbe essere comprensibile, per lo meno veritiero. Purtroppo però, anche in Jiwoo c’è un barlume di irrazionalità, quando decide di rifarsi proprio come Sehee, per espiare dalla colpa (che sente di avere, ma che non ha) nei confronti della sua ex. 

Come giá annunciato, questo film non è una denuncia alla chirurgia estetica come soluzione, ma sfrutta tale idea per espediente narrativo. Per precisare, i protagonisti non ne fanno uso per soccombere agli standard estetici, ma perché c’è questa spasmodica voglia di cambiare, di avere qualcosa di nuovo tra le mani, o sulla faccia. La verità è che se non si risolvono determinate questioni, queste si riproporranno sempre, proprio come succede a Sehee e Jiwoo.

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