Dal primo scandalo di The Kiss (1896) al cinema contemporaneo: come il racconto dell’amore ha perso il potere dell’immaginazione

Correva l’anno 1896 quando il regista William Heise realizzò il breve film The Kiss, il quale a sua volta ci mostrava in poco meno di venti secondi un bacio tra gli attori May Irwin e John C. Rice.

Bene, come ben possiamo immaginare, un film del genere, sebbene nel suo complesso dal tono ironico e scherzoso, diede il via all’epoca a un vero e proprio scandalo: alle autorità, ai giornali (e, più in generale, all’intera società) non piacque il fatto che un gesto così intimo venisse mostrato pubblicamente.
Perfino i baci, dunque, erano considerati cosa proibita, se non addirittura scandalosa.

Questione di epoche

Se, dunque, oggi ripensiamo a quell’epoca tanto lontana, ci viene quasi da sorridere se ci rendiamo conto di come oggi il cinema stesso tenda a mostrarci tutto senza filtro alcuno, sia che si tratti di scene di intimità, che di immagini violente di ogni genere.

Questo nuovo approccio, dunque, è tipico dell’epoca postmoderna, che, volendo restare in ambito prettamente cinematografico, a partire da circa la seconda metà degli anni Settanta ha via via deciso di non lasciare praticamente più nulla all’immaginazione.

Se, facendo un breve salto all’indietro nel tempo, ripensiamo ai numerosi film sentimentali (siano essi commedie o drammi) realizzati soprattutto tra la fine degli anni Trenta e gli anni Sessanta, ci rendiamo conto di come determinate storie d’amore siano diventate nel corso degli anni a dir poco leggendarie, perfettamente in grado di farci sognare ancora oggi.
A numerosi anni di distanza dalla loro realizzazione. E quando ancora il cinema non ci mostrava nulla di particolarmente esplicito, sebbene i baci stessi, ormai, non fossero più motivo di scandalo.

Gloriose storie d’amore

In Via col Vento (Victor Fleming, 1939), i baci tra Rossella O’Hara (Vivien Leigh) e Rhett Butler (Clark Gable) sono diventati quasi il simbolo di un’epoca. In Casablanca (Michael Curtiz, 1942), il bacio d’addio tra Ilsa Lund (Ingrid Bergman) e Rick Blaine (Humphrey Bogart) è straziante nella sua potenza visiva e comunicativa.

Volendo restare in Italia, invece, impossibile dimenticare il bacio tra Marcello Mastroianni e Anita Ekberg il La dolce Vita (Federico Fellini, 1960), così come il bacio tra Silvana Mangano e Raf Vallone in Riso Amaro (Giuseppe De Santis, 1949).

Sono momenti, questi, indubbiamente carichi di tensione, sebbene visivamente meno espliciti rispetto a quanto mostratoci oggi. Ma quindi, come mai tali storie d’amore riuscivano ad avere un impatto così forte sull’immaginario collettivo? Presto detto.

La parola alle emozioni

Il segreto, di fatto, stava nelle emozioni. Emozioni che si liberavano potenti sul grande schermo spesso senza bisogno di parole, ma grazie a sceneggiature di ferro, a interpreti particolarmente espressivi e, non per ultima, a una grande conoscenza dell’animo umano.

Non capitava di rado, infatti, che le storie d’amore che ci capitava di vedere al cinema in questi anni fossero spesso e volentieri storie particolarmente tormentate, storie di amori spesso impossibili, storie di amori disperati, contrastati o non ricambiati. Le emozioni, potenti e disturbanti, erano, dunque, le grandi protagoniste.

Ed ecco che subito ci torna alla mente l’immagine della grande Anna Magnani che supplica al telefono il proprio uomo di non abbandonarla (in L’Amore, diretto da Roberto Rossellini nel 1948), così come, a proposito di “telefoni”, il cinema dei telefoni bianchi, con una serie di lungometraggi qualitativamente non sempre impeccabili, ma che all’epoca seppero comunque appassionare numerosi spettatori.

Allo spettatore la meritata libertà

E poi, naturalmente, c’era l’immaginazione di ogni singolo spettatore, che spingeva ognuno a partecipare “attivamente”, traendo le proprie conclusioni e lasciandogli, così, una preziosa e mai scontata libertà.

Baci ed emozioni facevano il loro, ma alla fine era proprio lo spettatore con la sua esperienza soggettiva a rendere il tutto unico. E la cosa, come abbiamo avuto modo di vedere nel corso degli anni, funzionava.

Meglio il prima o il poi?

Al termine di queste riflessioni, dunque, ci viene inevitabilmente da chiederci alcune cose: siamo davvero sicuri che vedere tutto “senza filtri” sia molto meglio rispetto a quanto ci veniva mostrato in passato? Siamo sicuri che l’esplicito sia realmente meglio dell’implicito? Siamo ancora così sicuri di essere così “liberi”? Ai posteri l’ardua sentenza.

FAQ – Domande frequenti sui baci e l’amore nel cinema

Perché The Kiss (1896) fu considerato scandaloso?
Perché mostrava pubblicamente un gesto intimo in un’epoca in cui il cinema era visto come uno spazio pubblico e morale. Il bacio, allora, violava un confine culturale più che estetico.

Quando il bacio ha smesso di essere un tabù nel cinema?
Progressivamente tra gli anni Venti e Trenta. Con l’affermarsi del cinema narrativo e del melodramma, il bacio diventa un elemento accettato, pur restando spesso regolato dalla censura.

Perché i film romantici classici emozionano ancora oggi?
Perché facevano leva sull’implicito, sull’attesa e sull’immaginazione dello spettatore. Le emozioni non venivano mostrate in modo esplicito, ma costruite attraverso sguardi, gesti e silenzi.

Il cinema contemporaneo è davvero più “libero” nel rappresentare l’amore?
È più esplicito, ma non necessariamente più libero. Mostrare tutto può ridurre lo spazio interpretativo dello spettatore e limitare la partecipazione emotiva.

L’implicito è più efficace dell’esplicito nel racconto amoroso?
Non esiste una regola assoluta, ma il cinema classico dimostra che suggerire può essere più potente che mostrare, soprattutto quando si tratta di emozioni e desiderio.