Gran parte del cinema che conosciamo appartiene a quella tipologia che il grande critico francese Andrè Bazin chiamò “cinema impuro”.
La definizione, che ha orientato molta della critica moderna, supera la classica teoria che vedeva nel solo montaggio lo “specifico filmico” e legittima la contaminazione del linguaggio filmico con quello di altre arti quali il teatro, la letteratura e la pittura, a patto che questo avvenga alla luce di una sintesi creativa basata su quella che il filosofo italiano Galvano Della Volpe chiamava “complicazione semantica”.

Oggi sopratutto, a giudicare dai film attualmente in circolazione o in arrivo nelle sale di prima visione, a prevalere sugli schermi è proprio il cinema impuro, un cinema dove la sintesi tra le arti viene dai registi ricercata anche se con risultati non sempre soddisfacenti. A volersi contentare un discreto esempio di opera che ibrida la fiction e il documentario è il road movie Nomadland girato dalla regista Cloé Zhao lungo le strade della California e lo stesso vale anche per Notturno   dell’italiano Gianfranco Rosi che documenta con immagini di indubbia forza espressiva la tragedia di popolazioni del Medioriente espropriate della loro patria.
Sul versante del debito alla letteratura si distingue per il rigore dello stile e la ricchezza figurativa Waiting for the Barbarians che Ciro Guerra ha  tratto dal romanzo di Coetzee, un film dagli scenari e dalle atmosfere che evocano il romanzo di Buzzati lI deserto dei Tartari e il film omonimo di Valerio Zurlini, mentre molto deve alla musica e alla pittura il lirico viaggio in moto sulle strade dell’Azerbaigian compiuto dal protagonista di In between dying girato da Hital Baydarov e ricco di  momenti che evocano lo sguardo poetico delle opere di Anghelopulos.
Sul versante invece del cinema puro, quello cioè che non ha bisogno di stampelle letterarie o teatrali, vanno segnalati Undine – Un amore per sempre  del tedesco Christian Petzold e Vitalena Varela del portoghese Pedro Costa, il primo fatto di atmosfere oniriche e sospese dal gusto polanskiano che si ispira a un mito archetipico della cultura germanica, il secondo capace di trasformare una cruda realtà di emarginazione in altro reale grazie al valore trascendente delle immagini.

Ricordiamo che la difesa della nozione baziniana di cinema impuro ha avuto un coerente sostenitore nel direttore della rivista Filmcritica Edoardo Bruno, morto tre settimane fa a novantadue anni dopo una lunga carriera di critico e di docente universitario. Bruno è stato la guida e l’anima della rivista da lui fondata negli anni  ’50 (assieme a Roberto Rossellini e a studiosi famosi come Umberto Barbaro e il già citato Galvano Della Volpe), una rivista mensile sulle cui pagine hanno scritto i migliori critici degli ultimi decenni, tutti connotati da una visione aperta del linguaggio filmico e alieni da ogni schematismo ideologico sull’esempio appunto di Bazin  e delle varie nouvelles vagues europee da lui ispirate.
Comunque sia, anche oggi, tra cinema puro e cinema impuro, l’importante è che il cinema non si limiti a rispecchiare il reale, ma lo arricchisca di nuove prospettive e soprattutto ne sfondi le apparenze ingannevoli grazie a uno sguardo che sappia essere critico e poetico al tempo stesso come è stato quello di tutti i grandi registi (quale è stato ad esempio Truffaut, di cui Bazin fu padre adottivo e maestro di cinema, quello stesso Truffaut il quale è stato indicato come suo modello dalla regista  Susanna Nicchiarelli  autrice di quell’impuro Miss Marx in questi giorni ancora nelle sale dopo la sua partecipazione al festival di Venezia). 

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