Per dirla con il poeta, oggi nel cinema si respira qualcosa di nuovo anzi di antico. La cosa che si nota in molti film usciti nell’anno appena concluso è un ritorno alla misura classica, segno di una controtendenza che preferisce agli eccessi digitali e agli snobistici intellettualismi pseudoautoriali opere solide di buona fattura destinate al grande pubblico in coerenza con il carattere democratico del cinema.

Editoriale GennaioLa formula di alto artigianato che fece amare in tutto il mondo i generi hollywoodiani dagli anni ’40 ai ’70 la ritroviamo applicata con gli opportuni aggiornamenti in quei titoli che nel 2016 hanno avuto il maggiore successo nelle sale.

Tra questi film ne segnaliamo almeno quattro, diversi per ispirazione e resa artistica ma accomunati da quel rispetto per il pubblico sempre mostrato da grandi registi come Hitchcock, Wilder, Ray e Ford.

Il primo è il recente Sully diretto da Clint Eastwood, un’opera costruita come un film degli anni ’50 dove la tensione sale sequenza dopo sequenza e rivelazione dopo rivelazione senza bisogno di dover ricorrere a effetti speciali fino alla vittoria della verità degli uomini su quella degli apparati tecnici e aziendali negatori del ruolo che può giocare il fattore umano in circostanze drammatiche come quelle che vive Tom Hanks nel ruolo del pilota autore del celebre ammaraggio sull’Hudson; il secondo è quel Creed girato da Ryan Coogler con piglio asciutto ed energico dove Stallone impersona un Rocky vecchio e malato che si impegna ad allenare il figlio del suo antico rivale Apollo e lo fa a suo rischio offrendo un esempio di quell’ amicizia disinteressata che lo rende una figura quasi cristologica nel ruolo di padre spirituale nonostante i tanti pugni dati e ricevuti dentro e fuori il ring;

il terzo film è quel Il caso Spotlight con cui Tom McCarthy Editoriale Gennaiorinverdisce i fasti del genere sul giornalismo d’inchiesta anni ’70 tipo Tutti gli uomini del Presidente e lo fa attraverso la ricostruzione dall’interno di una inchiesta del Globe su un caso di pedofilia che creò scandalo nella chiesa americana,una ricostruzione che ha la tensione di un thriller sorretta da un sguardo dalla grande penetrazione psicologica e sociale.

Chiude l’elenco il western in pellicola 70 mm The hateful eight girato da Tarantino con l’occhio a quando il cinema sapeva essere grande ed era popolato da personaggi eccessivi pronti per entrare nella leggenda come i tanti cattivi che abbiamo amato in passato nei film di Stroheim, di Aldrich e di Leone.

Alla lista va anche aggiunto,per amor di verità, il miglior film italiano degli ultimi anni, Lo chiamavano Jeeg Robot, un originale esempio realizzato da Mainetti di superhero movie a sfondo borgataro tra i coatti di Roma Est che batte ai punti ,grazie alle invenzioni poetiche e al senso di umanità, i tanti più famosi colleghi americani dalle mille risorse tecnologiche. Finchè il cinema potrà contare ogni anno su cinque o sette magnifici titoli semplici e profondi come questi,allora esso avrà davanti un lungo futuro di emozioni e di visioni non banali. Sul grande schermo G.G.G. (l’ultima favola di Spielberg) e C.G. (la computer graphic) vanno anche bene ma sempre a piccole dosi per non impoverire l’anima antica del cinema.