Se è vero che il cinema è soprattutto immagine allora è anche vero che la presenza di troppi dialoghi in un film  mette in serio pericolo la sua riuscita artistica.
Un regista che per raccontare una storia si basi sulla sola bella sceneggiatura ricca di intensi dialoghi e di scoppiettanti scambi di battute tra i personaggi tradisce la naturale vocazione del cinema che è quella visiva e dunque anche visionaria.

La riprova è che di molti grandi film ricordiamo non certo la qualità dei dialoghi bensì le atmosfere e alcuni dettagli rivelatori, ricordiamo cioè non quello che dicono gli attori, ma quello che dice la cinepresa e come lo dice.
Il vero cinema è quello che può essere capito anche senza ascoltare quello che dicono gli attori.

In molti capolavori della stagione del muto le didascalie erano ridotte all’essenziale oppure non c’erano proprio affidando tutto al senso delle immagini (vedere i primi film surrealisti di Buñuel quali Un Chien andalou o L’Age d’or, ma anche film dalla narrazione più tradizionale come Nosferatu  e L’ultima risata, entrambi di Murnau, ma anche un film rivoluzionario nella costruzione come Sciopero di Ėjzenštejn).

Per fortuna questo primato dell’immagine sulla parola è sopravvissuto anche dopo l’avvento del sonoro che ha teatralizzato il cinema. Dai primi anni ’30 in poi a contrastare il bla-bla verbale in difesa della pura visione sono stati registi di film di genere di serie B come il Whale di Frankenstein e il Tourneur di Ho camminato con uno zombie, entrambi precursori di quell’horror autoriale che si sarebbe affermato in tutto il mondo nei decenni successivi.

Ferro 3-Kim-Ki-DukLa battaglia contro le chiacchere sullo schermo è proseguita fino a oggi grazie a registi fedeli al potere dell’immagine tra cui va annoverato tra i primi il giapponese Kaneto Shindo autore nel 1960 di quel L’isola nuda dove quasi senza dialoghi e in un bianco e nero dai forti contrasti tonali racconta la quotidiana fatica di vivere di una povera famiglia di contadini della costa nipponica.
Tra gli altri esempi successivi di registi seguaci di questo partito preso antidialoghi vanno ricordati per il rigore formale il coreano Kim Ki Duk  autore nel 2004 del magico Ferro 3,  l’ucraino Myroslav Slaboshpytskyi autore nel 2014 di The tribe dalla violenza muta e straniata, e l’inglese Jonathan Glazer autore nel 2013 del fantascientifico Under the skin che è una lunga soggettiva ipnotica sul mondo visto dallo sguardo di una fascinosa donna aliena, tutti registi che hanno capito che quello che non si può dire con le parole bisogna dirlo con le immagini (cosa ben capita prima di questi ultimi anche dal Kubrick di 2001:Odissea nello spazio e dal Wenders di Nel corso del tempo).

Negli anni Venti il pittore esponente dell’avanguardia storica Ferdinand Léger diceva che “errore della pittura è il soggetto, l’errore del cinema è la sceneggiatura”. Possiamo dire che la pittura da allora in poi ha imparato la lezione ma non altrettanto si può dire del cinema che, a parte le eccezioni sopra citate, invece è regredito a forme di un naturalismo paratelevisivo che nulla scopre e nulla esprime.
Oggi più che mai le parole ci tradiscono e in questo il cinema non è da meno con la sua rinuncia al potere primordiale dell’immagine, una rinuncia che comporterà la morte dello stesso cinema come arte. A ulteriore riprova di quanto detto non è forse vero che le più celebri sequenze di tutti i film di Hitchcock sono proprio quelle senza dialoghi? (Quei dialoghi di cui il regista di Psyco ebbe a dire nell’intervista a Truffaut che “il dialogo deve essere un rumore in mezzo agli altri, un rumore che esce dalla bocca e dai personaggi le cui azioni e sguardi raccontano una storia costruita attraverso immagini”. Appunto).

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