Tutti lo vogliono, tutti lo cercano. Oggi è il documentario il genere cinematografico che fa tendenza e che miete premi nelle numerose  rassegne che proliferano in ogni borgo della penisola insieme alle sagre degli strufoli e delle frittelle. Una moda come un’altra di cui è responsabile il Leone d’oro dato a Venezia al superfluo Sacro Gra  invece che a qualche altro vero film senz’altro migliore  e dunque  una moda improvvisata come tutti i mood artistici nostrani, la quale rischia di infliggere un ulteriore colpo letale a un cinema come il nostro  già povero di invenzioni visive e regressivo sul piano del linguaggio. Il culto occasionale in atto per il documentario non è che un ennesimo espediente per compensare l’inesistenza in Italia di un cinema-cinema di ampio respiro capace di trasfigurare la realtà attraverso storie che sanno farsi metafora senza rinunciare al binomio motion-emotion  su cui deve fondarsi ogni film narrativo, d’autore o di genere che sia. Ma ricorrere oggi a questo recupero pretestuoso e forzoso di un genere nobile come il documentario vuol dire misconoscere la sua anima autentica che è quella del “poemetto in prosa” per immagini e non quella del reportage giornalistico  (come è il bozzettistico Sacro Gra laddove la materia richiedeva semmai di essere trattata in chiave horror). Il documentario inteso come genere autonomo o è un sonetto (come erano quelli di Antonioni, di De Seta, di Di Gianni, per non parlare di quelli cubo-futuristi di maestri dell’avanguardia storica come Vertov e Ruttman) oppure è nulla ( o peggio è la televisione, che è peggiore del nulla).

Angelo Moscariello