Più di settant’anni fa, tra i suggestivi Castelli romani, Federico Fellini girava Il bidone, film di cui aveva scritto la sceneggiatura con Ennio Flaiano e Tullio Pinelli.

In questa pellicola, il trio prova a rendere elegante ciò che non lo sarà mai: i soldi e le differenze di classe. Per fare ciò, si servono di tre truffatori come protagonisti, che a loro volta sono uomini diversi tra loro, e un infausto finale.

Abbiamo Augusto, Picasso e Roberto (rispettivamente interpretati da Broderick Crawford, Richard Basehart e Franco Fabrizi), che si impegnano quotidianamente nella truffa, in particolare in quella di fingersi funzionari del Vaticano per prendere soldi ad umili contadini, sfruttando la loro superstizione. 

Inoltre, arrivano a raggirare delle persone promettendo loro la casa in cambio di versamenti di anticipi su falsi contratti di assegnazione degli appartamenti.

Nel punto di ritrovo dei “dritti” dove pullulano tanti criminali, incontrano Rinaldo (Alberto de Amicis), ex socio d’Augusto diventato un ricco signore che invita i tre a casa sua per festeggiare il Capodanno. 
Qui Roberto si fa sorprendere mentre tenta di rubare un portasigarette d’oro. Dopo che vengono cacciati dalla festa, Iris (Giulietta Masina), presente alla festa con il marito Carlo Picasso, incomincia a dubitare dell’attività del marito e dei suoi amici. 

Truffa dopo truffa, i tre si separeranno, perché non sono più sulla stessa lunghezza d’onda. Anche in Augusto cambia qualcosa, infatti appena rivede per caso sua figlia Patrizia (Lorella De Luca) che non vedeva da molto tempo, sente di doverla aiutare economicamente.
Purtroppo, si sa, il lupo perde il pelo, ma non il vizio: seppur mosso da intenti benevoli verso la figlia, il suo modus operandi resta invariato. E ciò lo porterà verso un finale poco gentile. 

Il bidone, la recensione

Il bidone, nel tempo, non ha accumulato molta copertura critica rispetto ad altri capolavori di Fellini, probabilmente perché si discosta da quel surplus sensoriale, tra il mistico e la commedia, tipico di  o di Giulietta degli spiriti.
Rispetto ai sopracitati, la sceneggiatura è più lineare e le fasi temporali non si accavallano. Ci sono due turning point: il primo è la festa di Capodanno cui coda lunga è il crollo emotivo di Picasso, mentre il secondo è l’arresto di Augusto davanti a sua figlia. E poi c’è l’ultimo atto, dove i toni cambiano per finire in tragedia.

Siamo davanti ad uno sviluppo della storia molto fine, senza grandi pretese, ma che dà modo di esplorare il tema dell’impatto dei soldi sull’uomo per via della tridimensionalità dei personaggi. Essendo i tre protagonisti molto diversi tra loro, nel film viene applicata un archetipo detto “foil carachter”, ovvero utilizzare dei personaggi che contrastano tra loro per evidenziare le caratteristiche dell’altro.

Carlo, detto Picasso, è un pittore fallito un po’ingenuotto e insicuro, che tiene nascosti i suoi lavori fraudolenti alla moglie Iris (Giulietta Masina). Roberto, invece, nonostante sia impegnato ad apparire il ricco che non è, sogna di essere un cantante. Augusto, che fa da ago della bilancia tra i due perché è il meno giovane, è colui che imposta la truffa e che non si concede mai un momento di felicità e che pensa solo “a fare carriera”. 

Loro tre, insieme, subiscono il peso del paragone con Rinaldo e gli altri amici, truffatori anche loro, ma che hanno fatto il salto di qualità. Sono criminali di un altro livello, con la puzza sotto il naso e che non perdono mai occasione di sbattere in faccia i propri successi e le proprie ricchezze. Come a sottolineare che non importa chi si è, ma come si appare e cosa si può comprare. Fellini e gli sceneggiatori dimostrano come l’eterna lotta tra poveri favorisce chi è già ricco ed evidenziano come due banconote riescono a distruggere rapporti. 

Un altro contrasto che emerge ne Il bidone è quello con i personaggi femminili, che sottolineano la loro mancanza di valori. Iris, la moglie di Picasso, rimane malissimo al solo dubbio che il marito sia un ladro e che, nonostante i problemi di soldi ci siano, non vuole scendere a tali compromessi. Patrizia, la figlia di Augusto, invece, è una giovane studentessa pronta a sacrificarsi e lavorare duro per inseguire i propri studi a differenza del padre. 
Anche l’ultima ragazza paraplegica che viene truffata dalla nuova banda di Augusto, ricorda al truffatore tutto ciò che lui non è e che non potrà mai essere. Lei comunque non si può lamentare, soprattutto se pensa a come si spacca la schiena la sorella e a come tutti si preoccupano per lei. 
Se vogliamo, c’è un contrasto femminile anche per Rinaldo. Se quest’ultimo fa il bullo ed è spavaldo, la donna che lo avvisa del furto cerca di essere riservata e di non fare alcuna scenata senza esserne sicura. 

In generale, si può constatare che i protagonisti non sono nemmeno degli antieroi, ma semplicemente odiosi, patetici. A tratti fanno pena, ma la realtà è che loro sono i primi a non guardare in faccia nessuno. E non fanno mai queste cose per un bene superiore, poiché le loro vittime sono sempre dei poveri malcapitati che non hanno ricchezze da parte e che lavorano moltissimo per portare il pane a casa.

La conclusione de Il bidone non fa che giustificare il disprezzo che si prova per Augusto, ora che è l’unico protagonista rimasto. Il quarantottenne fa il doppio gioco, truffa una povera famiglia per poi dire ai suoi compagni di non averli presi per rimorso di coscienza, quando invece li ha presi per aiutare sua figlia e non vuole condividerli con la banda. 

La fine che fa è senza redenzione, non c’è speranza che possa cambiare e che possa avere una coscienza, tanto che pure le allegre musiche di Nino Rota si fermano. 
Il bidone è ora una pellicola tragicomica, karmica, che non lascia indifferenti e che fa quasi paura per l’attualità del tema. Purtroppo, si sa, i soldi muovono il mondo e mai dal verso giusto.

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