“Where is my mind?” cantano i Pixies nel finale allucinato di Fight Club di David Fincher, un autore che ha fatto delle turbe mentali dei protagonisti dei suoi film un marchio di fabbrica. Dov’è, appunto, la loro mente? Cosa si cela dietro le loro azioni? È quello che si chiede Holden Ford, agente speciale dell’FBI, in MINDHUNTER, nuova acclamatissima serie targata Netflix, prodotta da Charlize Theron e David Fincher che ne ha anche diretto tre episodi.

NELLA MENTE DELL’ASSASSINO

Basata sul libro Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit, scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas, la serie è ambientata nel 1977: il giovane Holden Ford (Jonathan Groff), specializzato in negoziazioni, presto si rende conto che assassini psicotici e depravati possono diventare importanti risorse per comprendere fino in fondo la natura di una mente criminale. Un anomalo “materiale di studio” per poter indagare e prevenire le azioni di altri serial killer, che all’epoca non venivano ancora definiti in questo modo. La proposta di Ford ai suoi superiori incontra inizialmente delle resistenze fino a quando il ragazzo trova un alleato nell’agente Bill Tench (Holt McCallany). I due cominciano un lungo tour per le carceri di massima sicurezza americane per intervistare i più crudeli assassini, macchiatisi di brutali quanto inspiegabili omicidi.

MINDHUNTER è un tortuoso viaggio nella mente dell’assassino. Negli anni ’70 era impensabile dare credito a dei criminali o immaginare minimamente di avere dei benefici dal loro crudele e contorto agire. Ma lo studio del loro comportamento ha portato alla nascita del “profiling” e la storia dell’investigazione criminale ha cambiato per sempre direzione. In meglio.

 

DALLA REALTÀ ALLA FICTION

Partendo dalla realtà storica la serie porta i due agenti protagonisti faccia a faccia con personaggi del calibro di Ed Kemper (interpretato da Cameron Britton) uno dei più efferati serial killer americani che dal 1972 al 1973 uccise numerose ragazze, abusò dei loro cadaveri e poi li fece a pezzi.  Si costituì alla polizia confessando questi omicidi e quello della madre alla quale tagliò la testa che violò sessualmente. Lui è solo il primo di una serie di soggetti psicopatici che hanno terrorizzato l’America (e non solo) e in alcuni casi, diventati fonti di ispirazione per romanzi e film.

Così MINDHUNTER esplora l’universo criminale analizzando alla lente di ingrandimento le gesta di quelli che possono essere considerati gli ispiratori di alcuni personaggi dell’universo di Fincher: da John Doe di Seven (punitore sadico dei peccati capitali), alla disturbata quanto affascinante Amy Elliott di L’amore Bugiardo – Gone Girl, fino al misterioso killer di Millennium – Uomini che odiano le donne. Già in Zodiac, film del 2007, il regista si era confrontato con la realtà narrando le vicende del celebre Killer dello Zodiaco che tra gli anni ’60 e ’70 sconvolse la città di San Francisco.

IL MOSTRO CHE È IN OGNUNO DI NOI

Ma, mentre nei film sopracitati la tensione e l’azione fanno da padroni, in MINDHUNTER tutto questo lascia il posto all’indagine psicologica, a un gioco dialettico tra intervistatori e mostri che espongono la ratio più profonda del loro essere. Le descrizioni dettagliate esposte pacatamente, rendono quasi normali le più efferate azioni, come semplici racconti dell’orrore. Ford e Tench ascoltano quasi anestetizzati, fingendo una stoica indifferenza di fronte all’abisso spaventoso nel quale sono precipitate queste anime miserrime. I due agenti, in questo senso, sono più vicini all’indole del freddo giornalista/investigatore Mikael Blomkvist di Millennium piuttosto che al furore dei detective Somerset e Mills di Seven.

Le terribili narrazioni si intrecciano con dei nuovi casi da risolvere nei quali gli assassini da ricercare non sono criminali navigati ma si nascondono dietro l’aspetto pacato di gente comune, di lupi travestiti da pecore. La “caccia” si svolge nei meandri nascosti della loro mente, dietro volti familiari, dietro un aspetto rassicurante.

Fincher, e la cronaca, sembrano dirci che il “mostro” si può celare dentro ognuno di noi, concepito da traumi, abbandoni, mancanza d’amore. L’individuo più fragile può avere un terribile lato oscuro, quello più cattivo nasconde la perversione più inconcepibile. E chi di noi non ha fratture profonde? Chi può dire di essere immune dalla follia? Dove potremmo rifugiarci, dunque, se non siamo al sicuro neanche da noi stessi?