Le donne sono capaci quanto gli uomini di onorare il ruolo del regista. Basti pensare a registe come la Bigelow. In realtà, si tratta di un’espressione artistica incentrata sulla sensibilità e la passione.  La differenza di genere tra uomini e donne non dovrebbe avere alcun significato

Jane Campion

Ragione e passione: questi i due temi che si scontrano in ogni film della regista neozelandese Jane Campion.  Fresca della vittoria di due Bafta per la sua ultima fatica Il potere del cane, Jane Campion fa la storia degli Oscar essendo la prima donna a ricevere due nomination per la regia. Il ‘94 è l’anno della sua prima candidatura con Lezioni di Piano e, a distanza di 18 anni, arriva la seconda con il suo western intimista targato Netflix.

Classe 1954, l’arte scorre nelle sue vene.
Figlia di un regista teatrale e di un’attrice, inizialmente aveva scelto di non seguire le orme dei genitori. Infatti, si iscrive all’università studiando antropologia, pedagogia e psicologia.  
Jane Campion è sempre stata interessata ai comportamenti e alla psiche umana, dimostrando di avere un grande senso dell’osservazione.  Ben presto si è resa conto che ad affascinarla erano le storie e a provare un forte desiderio di raccontarle. Così, prima ha girato il vecchio e il nuovo continente facendo esperienze artistiche di vario tipo, studiando tra le altre cose, anche la pittura. Poi, si è trasferita in Australia.

Jane Campion aveva compreso che il settore più adatto alla sua indole creativa era quello della settima arte.  La sua formazione le è stata sicuramente utile per la costruzione e per lo stile visivo dei suoi film.

Dopo aver girato qualche cortometraggio in super8, agli inizi degli anni ottanta viene ammessa presso l’ Australian Film Television and Radio School (AFTRS) nei pressi di Sydney.

Jane Campion realizza il suo primo cortometraggio accademico: Peel – An Exercise in Discipline (1982) che tre anni più tardi insieme ad altri due sue corti ( Passionless Moments e A Girl’s Ow) verrà selezionato per il Festival di Cannes, dove vincerà la Palma d’Oro.

Già dai suoi primi cortometraggi, il talento della regista si fa notare.
Al centro del cinema di Jane Campion ci sono le donne. Giovani in cerca della propria identità, in contrasto con l’autorità maschile, donne che lottano tra ragione e sentimento, con conflitti familiari.

Il suo cinema è d’autrice, le sue inquadrature raccontano anche senza suono. Sono immagini pittoriche che Jane Campion dipinge con la macchina da presa. Le basta un carrello o un piano sequenza per catturare lo spettatore immediatamente. La regista ha realizzato opere sia televisive che cinematografiche, frequentando i festival più importanti del mondo.

Come le donne dei suoi film che si trovano spesso a sfidare anni di  patriarcato, lei stessa ha dovuto lottare molto per affermare la sua posizione da donna di cinema. Quando ha iniziato la sua carriera, era una delle poche registe in circolazione a livello mondiale. Ma il suo talento le ha sempre permesso di andare oltre ogni discriminazione di genere. Anche la sua tenacia le è stata di grande aiuto , permettendole di andare avanti nonostante le difficoltà  del mondo dello spettacolo per una donna dietro la macchina da presa.

Sono nel settore da molto tempo ormai, ed è molto diverso oggi rispetto a quando ho iniziato. Le donne coraggiose del movimento #MeToo che ha dato inizio a tutto con le loro rivelazioni sugli abusi sistemici all’interno del settore hanno svegliato tutti e impegnato le persone, uomini e donne, a volere l’uguaglianza. Non ci siamo ancora. Ma direi che è la fine dell’apartheid per il settore quando si tratta di genere.

Jane Campion

Il suo primo lungometraggio per il cinema: Sweetie

Presentato nel 1989 al Festival di Cannes fu accolto tra clamorosi fischi e polemiche. Nonostante questo, però, il film ha fatto incetta di premi e racconta una insolita e folle famiglia australiana.

Sweetie (Geneviève Lemon) è un’adolescente obesa con dei ritardi mentali. Sua sorella ha problemi di origine sessuale e  i loro genitori anziani vogliono divorziare nonostante tanti anni passati insieme.
Sweetie è un dramma famigliare eccentrico e originale, al limite del grottesco.
La modernità del linguaggio cinematografico della Campion emerge già dal suo esordio.

Il film è volutamente sgradevole, ma con un gusto fotografico molto curato. Le angolazioni di ripresa sono insolite e visionarie, i colori saturi. Gli oggetti sono protagonisti della scena, comunicano quanto (o di più) dei personaggi stessi. 
In Sweetie vediamo per la prima volta le inquadrature dall’alto che saranno tipiche del suo stile. Jane Campion nella sua bizzarra e stravagante opera prima, ha già le idee molto chiare sul tipo di storie che vuole raccontare. Ma soprattutto… su come raccontarle.

Un Angelo alla mia tavola

Nel 1990 esce il secondo film di Jane CampionUn angelo alla mia tavola, un dramma  tratto dall’autobiografia di Janet Frame. Il lungometraggio ha vinto il Leone d’argento – Gran premio della giuria alla 47ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia dove  ha suscitato critiche entusiastiche. 

Inizialmente venne presentato in tre puntate in televisione in Australia, ma all’estero è stato distribuito al cinema venendo montato in un’unica versione ridotta di 50 minuti rispetto all’ originale.

L’opera seconda della Campion racconta la vita della poetessa e scrittrice neozelandese Janet Frame (Kerry Fox) a partire dalla sua infanzia fino al debutto letterario. La giovane Janet è timida, ha difficoltà a creare legami con le persone. Le viene erroneamente diagnosticato un disturbo schizofrenico e per questo viene internata in manicomio per otto anni. Sottoposta a numerosi trattamenti di elettroshock, Janet riesce a salvarsi dalla lobotomia solo grazie ai riconoscimenti ottenuti con il suo primo romanzo.

Jane Campion affronta il delicato e doloroso tema delle malattie mentali, scavando nella psiche dei personaggi e mostrando il potere salvifico dell’arte. La scrittura, per Janet,  non è solo un riparo da una realtà che non riesce ad affrontare, ma anche la sua salvezza. Jane Campion realizza un sensibile ritratto della geniale artista.

Il film è un successo e fa da apripista alla carriera della regista. La riuscita del film è legata anche all’ ottima sceneggiatura di Laura Jones e della magnifica fotografia di Stuart Dryburgh (che collaborerà con la Campion ottenendo una candidatura agli Oscar con Lezioni di piano).

Lezioni di piano

Questa pellicola è la più amata della regista e anche quella che l’ha fatta entrare nella storia. Lezioni di Piano, scritto e diretto da Jane Campion, è stato un trionfo di critica e pubblico.

I riconoscimenti più importanti di questo film del 1993 sono : la Palma d’oro al 46º Festival di Cannes (la Campion è  la prima donna ad aver vinto tale premio) e tre Premi Oscar nell’edizione del 1994: migliore attrice (Holly Hunter), migliore attrice non protagonista (Anna Paquin) e migliore sceneggiatura originale (Jane Campion), rimanendo fino ai Premi Oscar 2016, con il pluripremiato Mad Max: Fury Road, il film australiano con il maggior numero di Oscar vinti.

Ada (Holly Hunter) è una donna muta, vedova e con una figlia, Flora (Anna Paquin). Il suo grande amore è il pianoforte ed è solo grazie alla musica che riesce a esprimersi. Per convenienza familiare è costretta a sposare uno sconosciuto possedente terriero della Nuova Zelanda, Alistar Stewart (Sam Neil). Sradicata dal suo ambiente e senza alcun feeling con il suo nuovo marito, Ada non apprezza questo nuovo capitolo della sua vita. La situazione peggiora quando le viene vietato di suonare il pianoforte, poiché Stewart lo utilizza come mezzo di  scambio per ottenere un pezzo di terra dal loro vicino Baines (Harvey Keitel).

Apparentemente rozzo e scorbutico, questo misterioso inglese è in contatto con la cultura e la lingua degli indigeni maori e, poco alla volta, inizia ad affascinare Ada. La donna gli impartisce delle lezioni di musica che saranno il punto di partenza di una storia passionale che cambierà le loro vite.  

Ada io sono infelice perché ti voglio… perché la mia mente si accanisce su di te e non pensa ad altro… per questo soffro… sono malato di desiderio… non mangio più, non dormo più… Ada, se sei venuta e non senti niente per me, vattene… Và, torna da lui!

George Baines (Harvey Keitel) – Lezioni di Piano
Jane Campion sul set con Sam Neil e la vincitrice dell’Oscar Anna Paquin

In questo mèlo infuocato Jane Campion rappresenta il conflitto tra desiderio e morale, tra natura e civiltà, tra vita e morte. I paesaggi neozelandesi diventano  protagonisti in questa storia sospesa tra ragione e sentimento fotografata magistralmente da Stuart Dryburgh. La pioggia costante, le alte onde dell’Oceano Indiano, non solo creano delle immagini uniche dall’impostazione pittorica, ma sembrano accompagnare il turbinio di emozioni che Ada sente dentro di sé.

La regista rievoca le atmosfere di Cime Tempestose di Emily Bronte per narrare la passionale storia d’amore tra Baines e Ada. L’intero cast è in stato di grazia e il film è diventato un cult. Merito anche della sublime colonna sonora composta da Michael Nyman.

Ritratto di signora

Tre anni dopo Lezioni di Piano Jane Campion torna dietro la macchina da presa con l’adattamento cinematografico del romanzo di formazione di Henry James, Ritratto di Signora.

La regista, però, non porta completamente la visione di James sullo schermo.
Crea un parallelo con il presente, cercando di attualizzare il più possibile la storia della protagonista, Isabel (Nicole Kidman). La Campion, tra l’altro, opta per un finale diverso dal romanzo, più in linea con i nostri giorni e lasciando un minimo spiraglio al cambiamento.  

Forse deluderà qualcuno, ma è il  film che volevo fare da sempre. Ho letto il romanzo quando ero una ragazzina e vivevo ancora in Nuova Zelanda. Ne rimasi affascinata, tanto che mia sorella Anna ed io ne ricavammo una specie di dramma che recitavamo tra noi […] Potrei perfino dire che ho imparato a fare cinema per poter portare sullo schermo il mondo e i personaggi di James, in particolare Isabel Archer

Jane Campion

La storia è ambientata in Inghilterra nel 1873. La bellissima ventitreenne americana Isabel è ospite di sua zia e riceve varie proposte di matrimonio da parte di ricchi pretendenti (uno di questi è Viggo Mortensen). Lei, però, preferisce girovagare per il mondo e fare esperienza della vita.  Quando arriva a Firenze, però, incontra un affascinante dandy (John Malkovich) che la renderà vittima di un amore romantico e di un matrimonio sbagliato. Isabel cadrà in un trappola ordita ad arte da chi non si sarebbe mai aspettata.

Jane Campion ci regala un affresco algido e  crudele di una donna che deve fare i conti con un amore completamente diverso da come lo aveva immaginato. I movimenti di macchina inseguono Isabel, scrutano il mondo interiore della donna.

Gli oggetti di scena raccontano molto sui personaggi, così come i costumi e le scenografie. Ma, anche in questo film, è la colonna sonora  a dare profondità agli stati d’animo dei protagonisti.  Il merito è delle musiche di Wojciech Kilar .

Una delle scene che più restano impresse di questa pellicola è proprio la prima. Durante i titoli di testa, si sentono delle voci di donne che si scambiano pareri sull’amore. A poco a poco, si vedono i loro corpi e i loro visi. Sono sdraiate su un prato, ballano, ascoltano musica, guardano sorridenti in camera. Gli sguardi delle donne di oggi si riflettono in quelli di Isabel.  Solo il tratto sensibile di una grande artista poteva essere in grado di creare un ponte temporale così poetico e allo stesso tempo funzionale.

Fuoco sacro

Ruth Barron (Kate Winslet) è una giovane attraente australiana che parte per l’India alla ricerca di risposte. In poco tempo, viene sedotta da un mondo completamente diverso dal suo, pieno di fascino e mistero. Decide di non voler tornare più nella terra dei canguri.  
La madre, con uno stratagemma, riuscirà invece a ricondurla a casa ingaggiando PJ Waters (Harvey Keitel), un americano esperto in infatuazioni mistiche.

I due si isolano  per tre giorni in una capanna nel deserto per intraprendere un percorso di guarigione. Però Ruth gli darà del filo da torcere… tra l’australiana e l’americano si istaurerà un’attrazione. Il potere della sensualità di Ruth, rompe l’equilibrio spirituale di Pj scatenando una vera e propria lotta.

Questo film del 1998  Jane Campion lo ha scritto in collaborazione con sua sorella Anna ed è un adattamento dell’autobiografia di Christopher Isherwood My Guru and his Discipline. La pellicola è stata spesso accostata a quella del suo esordio, Sweetie anche se sicuramente è meno sperimentale e più asciutto.

La regista affronta temi a lei cari: la scoperta di sé, la trasgressione, la sessualità. Anche questa volta è fondamentale il rapporto tra ambiente e personaggi. Memorabili le interpretazioni di Kate Winslet e Harvey Keitel, per la seconda volta al servizio della regista neozelandese.

In the cut

Con In the Cut del 2003 Jane Campion dà un taglio netto al passato e dirige un thriller erotico pieno di colpi di scena. Il primo su tutti è la scelta di Meg Ryan nel ruolo della protagonista. L’attrice americana sveste per la prima volta i panni di fidanzatina d’America e si cimenta in un ruolo tosto, con scene di nudo e particolarmente bollenti.  In the Cut  viene per lo più ricordato proprio per l’interpretazione di Meg Ryan.

 Volevo lavorare con Jane, era diversa da tutti i registi con cui avevo lavorato, era indipendente. Ha scelto di affidarmi il punto di vista della storia, per la prima volta ero io il soggetto della visione e non solo l’oggetto. Jane era molto preoccupata per questo ruolo, sapeva che era un film difficile, per la prima volta avrei tirato fuori una sensualità diversa dal passato. Non so se i fan sono cambiati nei miei confronti dopo aver visto il film, ma so per certo che qualcuno si è sentito offeso.

Meg Ryan

Tratto dall’ omonimo romanzo di Susanna Moore del 1995, il lungometraggio è il più controverso della carriera di Jane Campion.

Ambientato in una degradata New York, In the Cut racconta la storia di Frannie (Meg Ryan) , un’insegnante sola e depressa che si ritrova testimone di un delitto. La polizia è da mesi sulle tracce di un serial killer che abusa, uccide e fa a pezzi  giovani donne. L’investigatore Malloy (Mark Ruffalo) è a capo delle indagini e presto tra lui e Frannie si instaura una torbida relazione. Dopo l’ennesimo omicidio ai danni di Pauline Avery (Jennifer Jason Leigh) , la sorellastra di Frannie, la donna si rende conto che l’assassino è qualcuno che la conosce bene  e sospetta proprio di  Malloy. Ma non tutto è come sembra…

Inizialmente il ruolo della protagonista era stato offerto a Nicole Kidman che ha declinato l’offerta, ma ha partecipato comunque al film come produttrice. Nel cast ci sono anche Kevin Bacon e Jennifer Jason Leigh, ma nonostante le stelle hollywoodiane, la pellicola non ha brillato come avrebbe voluto. In the cut è un giallo sbiadito con dialoghi superficiali e una regia pretenziosa, in cui la forma e l’estetica prevalgono sulla sostanza. Tutte queste caratteristiche lo rendono, sicuramente, il film  meno riuscito della Campion.

Bright star

Presentato alla 62esima edizione del Festival di Cannes, Bright Star è uno dei film più amati della regista.  Dopo l’amore carnale raccontato in “In the Cut”,  Jane Campion si dedica a quello platonico: l’ amore intellettualmente idealizzato tra il poeta britannico John Keats ( Ben Whishaw ) e Fanny ( Abbie Cornish), la primogenita della famiglia vicina di casa del collega del poeta, Charles Armitage Brown ( Paul Schneider).   

Jane Campion non dirige una biografia, ma realizza un inno alla poesia in un film che è ricco di puro romanticismo. L’amore tra i due viene espresso in sonetti attraverso la voce fuoricampo che declama i passi più noti di Keats.

La regista neozelandese riesce a tradurre le poesie di Keats in immagini. L’estetica del film è, come sempre, molto curata. Costumi, scenografia, fotografia sono impeccabili e contribuiscono a creare l’atmosfera romantica del film. Lungi dall’essere melenso, Bright Star non cade nei luoghi comuni delle pellicole sentimentali e, seppur racconti un amore destinato all’infelicità (Keats muore a soli 26 anni di tisi) , riesce a scalfire anche i cuori più duri. Il titolo del film è tratto dall’omonima poesia del poeta britannico che scrisse nel 1819 dedicandola proprio a Fanny.

Il film funziona più a livello pittorico che drammaturgico. Jane Campion  è più debole nell’affrescare un amore struggente e non passionale. I due protagonisti sono puliti, perfetti, dall’animo puro. Troppo.  Viene a mancare quel calore che trascina lo spettatore nella storia.

Bright Star ha un’estetica manieristica e risulta, a volte,  un susseguirsi di tableaux vivant con evidenti riferimenti a Monet, Degas e Seurat.  Si rimane estasiati alla vista d’inquadrature che sono delle piccole opere d’arte, ma a guardarlo si prova nostalgia delle figure femminili di Jane Campion che lottano appassionatamente per ciò che provano.

Top of the lake

Unico prodotto seriale di Jane Campion composto da due stagioni, Top of the lake è un thriller crime del 2013.  Il ruolo della detective protagonista Robin Griffin è stato affidato all’ormai nota eroina de Il racconto dell’Ancella, ovvero la bravissima Elisabeth Moss.

La storia è ambientata in Nuova Zelanda e i veri protagonisti di questa serie sono proprio i paesaggi unici e mozzafiato che fanno da sfondo ai crimini. Al centro del poliziesco ci sono casi di incesti, violenza, brutalità. Jane Campion padroneggia nella messa a nudo dei desideri e dei contrasti tra mondo maschile e femminile.

La serie Top of the lake è stata presentata al Sundance e la prima stagione è stata interamente proiettata a Cannes dove è stata accolta caldamente. Jane Campion l’ha  scritta insieme all’australiano Gerard Lee, già suo collaboratore in Sweetiee l’ha  diretta insieme all’australiano Garth Davis (che non firma il primo e l’ultimo episodio). La regista l’ha concepito come  un unico film e non una storia a episodi. Lo si capisce non solo dalle sue dichiarazioni a riguardo, ma basta vedere il modo in cui è stato girato. Top of the lake è cinema allo stato puro.

Il cast è d’eccellenza, a partire da Peter Mullan che con il suo personaggio regge praticamente da solo la serie intera. Carismatico, folle, cattivo. Impossibile non temerlo, impossibile non dipendere da lui. Holly Hunter, a distanza di 20 anni da Lezioni di Piano, torna al fianco di Jane Campion nell’originale ruolo di guru-antiguru.

Grazie alle atmosfere che strizzano l’occhio a Twin Peaks e a dei personaggi ben delineati fatti di ombra e luce, Top of the lake è un’opera originale, riuscita  e pregna di tutti i temi della regista neozelandese. Assolutamente da recuperare se non l’avete mai vista.

Il potere del cane

A quattro anni di distanza dalla seconda stagione di Top of the Lake, nel 2021 Jane Campion torna dietro la macchina da presa per Il potere del cane.
Tratto dal romanzo di Thomas Savage, il film è un western intimista e psicologico in cui la regista decostruisce i codici del genere. Per la prima volta il protagonista è un uomo , Phil, un mandriano del Montana di inizi Novecento magistralmente interpretato da Benedict Cumberbatch.

Racconto un mondo maschile, duro. E nel mezzo c’è una donna consumata dall’insicurezza […] Così come si presenta il titolo, è una specie  di avvertimento, il potere del cane sono tutti quegli impulsi profondi e incontrollabili che possono salire in superficie e distruggerci

Jane Campion

George “il grassone” ( Jesse Plemons) e Phil sono una coppia di fratelli che possiede un ranch nel Montana. Quando George sposa la giovane vedova Rose (Kirsten Dust) e la porta a vivere nel ranch, Phil prende di mira la donna e suo figlio Peter ( Kodi Smit-McPee), tormentandoli senza sosta. Rose diventa sempre più depressa e dipendente dall’alcol, Phil cerca di tagliare il possente cordone ombelicale tra madre e figlio. In un finale a sorpresa, il duro e prepotente Phil si ritroverà vulnerabile e i nodi verranno al pettine.

Il titolo del film è una citazione a un salmo della Bibbia legato alla crocifissione di Gesù. Mentre è sulla croce, vede i centurioni che si spartiscono le sue vesti e lancia loro un monito per poter salvare il cuore dal potere del cane, ovvero gli istinti più profondi dell’essere umano. Normalmente sono distruttivi, ma nel West significano sopravvivenza. In un mondo così duro e violento farsi guidare dal potere del cane è una necessità.

Jane Campion sul set de “Il potere del cane”

L’ultima fatica di Jane Campion targata Netflix, è un’opera che resta indelebile nella memoria. Il film ha vinto il Leone d’Argento – Premio speciale alla regia Venezia 2021, tre Golden Globes e due Bafta. Inoltre, ha ricevuto  ben 12 nominations agli Oscar e sicuramente la pellicola trionferà durante la notte delle stelle.

Il ritorno di Jane Campion dietro la macchina da presa è stato sorprendente. E’ riuscita a mantenere il suo tocco unico in un genere che non aveva mai affrontato, il più maschile esistente. Il potere dei grandi registi è proprio questo: rimanere sé stessi, raccontando storie e generi diversi.  E non ci sono dubbi sul fatto che Jane Campion sia una grande regista.