Ormai non ci sono più dubbi. A distanza di un cinquantennio dalla sua uscita il film Fantozzi girato da Luciano Salce si conferma come uno dei migliori film, non solo comici, del cinema italiano e meglio ancora come una delle nostre poche disaster comedy in anticipo di qualche anno di un genere che avrebbe in seguito trionfato nel cinema americano grazie alla coppia di registi Zucker e Abrahams (quella per capirci di L’aereo piu pazzo del mondo).
Certo, il genere è quello della commedia slapstick in cui fu campione nel cinema muto Buster Keaton, ma la forma si sposa con una denuncia sociale che ha come bersaglio l’Italia con i suoi mali peraltro tuttora persistenti.

La regia di Salce e la sceneggiatura di due grandi come Leo Benvenuti e Piero De Bernardi inanellano gag a ripetizione che raggiungono in molti casi quella capacità di astrazione che faceva dire a Pasolini che la gag visiva è la forma pura del “cinema di poesia”.
Questa astrazione fa del personaggio Fantozzi un cartone animato dai contorni modificabili che può stringersi e dilatarsi a piacimento, volare e precipitare senza danni irreversibili, cadere e rialzarsi sfidando le leggi della gravità (la sequenza in Il secondo tragico Fantozzi dove accompagna il conte Semenzara al casinò di Montecarlo e mentre costui gioca Fantozzi beve litri e litri di acqua minerale finchè gonfio si libra in aria e fa capriole sul tavolo in un balletto non privo di una sua eleganza ).
In tutti i film della saga Paolo Villaggio è un attore-segno , è quel segno-vivente di cui parla il teorico del “teatro della crudeltà” Antonin Artaud, una figura astratta, la rotella di un congegno senza passato e senza futuro che segue la logica formulata nel suo saggio sull’umorismo dal filosofo Henri Bergson della meccanizzazione e della velocizzazione (a riprova bastano le scene in Fantozzi della sua frenetica vestizione e colazione a inizio film e la disperata corsa per prendere l’autobus calandosi dalla finestra di casa a livello della tangenziale est di Roma finchè si attacca alla fila sporgente dei passeggeri provocandone la fuoriuscita a grappolo lungo la strada).

Discendente moderno degli umiliati e offesi della narrativa russa di Gogol e di Cechov, Fantozzi è anche una versione successiva di quell’impiegato Joseph K. che ne Il processo di Kafka si ritrova ad essere condannato a morte senza colpa dopo aver invano cercato una risposta in una Legge imperscrutabile ma implacabile.
Uomo buono e fiducioso nel prossimo e che ama la moglie Pina e la figlia Mariangela e che si dichiara fortunato per la sua famiglia e per possedere la tv con telecomando e una modesta utilitaria Fantozzi mantiene sempre una sua dignità (come quando alla consegna del panettone di Natale si riprende sdegnato la figlia offesa dai funzionari della ditta).
Anche Fantozzi nutre come tutti noi i suoi “sogni mostruosamente proibiti” come anche l’amore non ricambiato per la collega signorina Silvani, ma essi restano tali anche perché tutto congiura contro di lui, proprio tutto persone, cose e anche la natura che gli è sempre ostile (la famigerata nuvoletta che sempre in Fantozzi lo segue dovunque e gli rovina con improvvisi acquazzoni ogni occasione di partita a pallone o di sospirata gita famigliare all’aperto, ma anche la macchina che distribuisce il caffè nell’atrio dell’ufficio la quale a tutti fornisce la bevanda richiesta meno che a lui).

I procedimenti formali tipici della commedia slapstick oltre a quelli sopra citati coprono una ricca gamma di trovate visive e narrative che fanno della saga fantozziana un repertorio comico ma non per questo soltanto superficiale. Ripetizione, equivoco, gag ciclica, scambio di persona, iperbole e incongruenza le troviamo in tutti i capitoli con obiettivi satirici sempre più mirati (questo almeno nei primi tre capitoli mentre nei seguenti subentra una certa ripetitività di situazioni salvo qualche picco comico isolato).
Esempio di ripetizione è la scena in Il secondo tragico Fantozzi del varo della turbonave aziendale dove la madrina contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare lancia la tradizionale bottiglia contro la fiancata della nave, ma colpisce ben tre volte Fantozzi e nello stesso film è nella sequenza del temuto cineforum la replica dal vero della celebre scena da La corazzata Potemkin della scalinata di Odessa, scena prima vista dal pubblico insofferente e definita da Fantozzi una “cagata pazzesca” ma poi ripetuta dal vero con attori gli spettatori tra cui Fantozzi nel ruolo del bambino dentro la culla nella carrozzina che scende balzellando lungo una scalinata che ricorda quella del film in un esempio di metafilm risarcitorio.
Ancora, come esempio di gag ciclica possiamo citare quella gara ciclistica in Fantozzi contro tutti dove ben tre volte in località Curvone Fantozzi e Filini finiscono a capofitto nel mezzo di un pranzo nuziale nel ristorante sottostante.
Di incongruenza parliamo a proposito del comportamento molto scorretto e inadeguato di Fantozzi durante la cena di gala nella villa della contessa che vediamo nel Secondo tragico Fantozzi mentre un caso di iperbole è la scena della caccia nello stesso film che diventa una vera guerra con bombe e carri armati. E così via tra gag e slapstick a ripetizione diventati nel frattempo oggetto di culto per generazioni (per non parlare dei tocchi umorismo nero come quello del funerale sbagliato oppure quello della clinica per dimagrire che è un vero lager dove i ricoverati sono sottoposti a crudeli punizioni corporali).

Un esempio della critica politica che sottende al film ( ignorata all’epoca da gran parte della stampa salvo poche eccezioni tra cui il giudizio di Goffredo Fofi che ne capi’ il potenziale) è il colloquio finale che nel primo titolo della saga un Fantozzi convertito alla rivolta di classe dal comunista collega di lavoro Folagra deve accettare dal Megadirettore Galattico diventato affabile e comprensivo:
“Fantozzi è solo questione di intendersi… Lei dice “padroni” e io “datori di lavoro” lei dice “sfruttatori” e io dico “benestanti”, lei dice “morti di fame “ e io “classe meno abbiente”,ma per il resto la penso come lei e sono convinto che nel mondo ci sono molte ingiustizie da sanare. Risponde un allibito Fantozzi: Ma scusi sire,.. non vorrà dire che lei è.. scusi il termine,sa.. comunista?” E il megadirettore “ Beh..proprio comunista no.. vede io sono un medio progressista”
Oggi noi diciamo che dopo cinquanta anni nulla è cambiato e che chiunque detiene un potere piccolo o grande si definisce come un medio antifascista, un medio antirazzista, un medio femminista. Dunque il nostro ragioniere Ugo Fantozzi è nella sua a-temporalità un personaggio sempre attuale come era ieri come lo sarà domani in ogni regime di finta democrazia quale è anche quello oggi vigente in una Italia nonostante le illusorie promesse di giustizia e libertà per tutti gli svantaggiati per nascita, per ceto e per censo (almeno per quelli che non si rassegnano in maniera servile a fare le triglie nell’acquario di qualche megadirettore galattico come ha dovuto fare il mancato ribelle Fantozzi per non finire crocefisso nella mensa aziendale).
