Due domande sono al centro di È solo la fine del mondo, il nuovo film di Xavier Dolan in sala dal 7 dicembre, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2016. Una è quella che si pone la famiglia protagonista della vicenda: perché Luis, più piccolo di tre fratelli e ora scrittore di successo, è tornato a casa dopo dodici anni di assenza? L’altra domanda se la pone lo spettatore: perché era andato via? Xavier Dolan - é solo la fine del mondoOgnuno ha la risposta ai dubbi dell’altro, ma non può rivelarla.

Luis, l’unico che le conosce entrambe, rimane muto, abituato a dire non più di tre parole che in questo caso sono troppo poche, o forse troppe, per spiegare il suo ritorno a casa.

Le risposte, per i personaggi e per noi spettatori, saranno solo parziali, personali, false, magari comprese ma non direttamente rivelate.

Canadese, ventisette anni, attore fin da bambino, sceneggiatore, scenografo, costumista, oltre che regista dei suoi film, Dolan è considerato già dal suo sorprendente esordio con J’ai tué ma mère un enfant prodige della settima arte.

Per il suo sesto lungometraggio, il primo recitato da grandi nomi del cinema francese, ha scelto la commedia teatrale scritta nel 1990 da Jean Luc Lagarce, addentrandosi in quello che è un classico sottogenere del cinema, l’home coming (il ritorno a casa di un personaggio dopo molto tempo), adattato però allo stile, ai temi, alle ossessioni del suo cinema. Dolan non rinuncia nè cerca di nascondere la chiusura dello spazio teatrale, ma al contrario la sfrutta, accentuandone la carica claustrofobica: schiaccia i personaggi, gli imprigiona in primi piani asfissianti che non permettono ai protagonisti di allontanarsi dal quel momento, da quel luogo, dal quel presente pieno di ricordi, rimpianti e recriminazioni.

Un presente pieno del vuoto creato da tanti anni di assenza, di laconiche cartoline, di domande lasciate senza risposta. I membri della sua famiglia hanno riempito l’attesa del ritorno di Luis in modo diverso: la sorella più piccola (Léa Sedoux) con la venerazione per un fratello ammirato da lontano e quasi sconosciuto, il maggiore (Vincent Cassel) con la rabbia e la violenza di un animale abbandonato. E poi la madre (Nathalie Baye), personaggio immancabile nei conflitti familiari raccontati da Dolan, che lo assolve e lo condanna, lo ama ma non lo capisce.

Sono loro che hanno bisogno di parlare e i soli ad averne diritto.

Arrivato per condividere il proprio dolore, Xavier Dolan - é solo la fine del mondoil protagonista deve confrontarsi con il rancore che ha lasciato dietro di sé, e non può fare altro che ascoltare quello che hanno da dirgli, rinfacciargli, urlarli contro. Non è un caso che il solo membro della famiglia con cui Luis riesce a instaurare una muta comprensione, l’unico capace di intuire il perché di questo ritorno inaspettato, è la cognata Catherine (Marion Cotillard), esterna alle dinamiche familiari, mai conosciuta e per questo non intaccata dal peso dell’abbandono.

Gaspard Ulliel riesce con i suoi sguardi, le sue espressioni, i suoi sorrisi a dare sostanza al taciturno Luis, trasformandolo nel centro intorno a cui far ruotare tutti gli altri personaggi. Merito della grande abilità di dirigere gli attori sempre dimostrata da Dolan, che si conferma con questo film, anche se forse non con la stessa forza sconvolgente di altre sue opere, un regista capace come pochi di raccontare le tensioni dei sentimenti, racchiuse qui in un presente senza scampo. L’unico altro tempo a cui può pensare il protagonista è il passato: al contrario di Mommy, dove solo le speranze aprivano la vita stretta e angusta dei protagonisti, qui sono i ricordi a dare respiro a un presente che non potrà mai diventare futuro.