Già trionfatore sugli schermi negli anni ’70-’80 il glorioso cinema del genere B-movie italiano si è eclissato negli anni seguenti a favore di film dalla fattura media magari anche con qualche pretesa autoriale ma del tutto innocui. Al pop grezzo e scorretto che è stata la cifra dei primi (di film, per capirci, come Preparati la bara o La polizia ha le mani legate) si andato sostituendo un pop ripulito tanto corretto quanto scorretto era quello dei precedenti e senza ombra degli eccessi visionari che ne costituivano la cifra stilistica dissacrante e sovversiva all’interno dei generi in ogni loro declinazione.

A suggerire una rivalutazione dei famigerati B-movie ,all’epoca massacrati da una critica ideologicamente conformista, giungono adesso due occasioni che chiedono sia fatta giustizia. La prima è di ordine letterario ed è offerta dalla pubblicazione di un libro che rievoca i meriti, se non altro sociali, dei filmacci di genere proiettati in un cinemino di Parigi nel ventennio in questione, la seconda è di ordine cinematografico ed è data dall’uscita dell’ultimo film del regista italiano Luigi Cozzi che al genere ha dedicato la sua attività con risultati a volte memorabili.

Il libro si intitola Il Grady (casa editrice L’Orma) e lo ha scritto Jacques Thorens che dell’ultimo “cinema per poveri“ parigino, appunto il Grady in zona boulevard de Strasbourg, fu proiezionista e cassiere. Di questa sala “per dannati” l’autore racconta la storia sotto forma di un diario dove le vicende umane dei diseredati clienti della incredibile sala dal doppio programma si intrecciano ai titoli programmati per un pubblico di barboni, di ladruncoli, di omosessuali e di sbandati perlopiù arabi e turchi, titoli appartenenti alla serie B e anche più giù fino alla Z, alcuni di una bruttezza a suo modo geniale e altri che in seguito sarebbero stati riabilitati dai cinefili e poi anche dalla critica seria.
La memoria dello scrittore evoca gli incontri illeciti nel buio della sala assieme all’umanità dolente degli abitanti del quartiere e al giro di prostitute cinesi e slave sostanti davanti all’ingesso e intanto allinea i titoli delle pellicole proiettate sempre e soltanto horror, spaghetti western, kung-fu ed erotici, una rassegna dove, accanto ai film di vampiri della Hammer tipo Le amanti di Dracula, a quelli di William Castle tipo Il mostro di sangue e a quelli del naziexplotation tipo Ilsa la belva delle SS e a quelli hard tipo Gola profonda, spiccano anche molti titoli italiani come Cannibal HolocaustLo chiamavano Trinità, Dio perdona ..io no, Per un pugno di dollari e anche Zombi 2 di Lucio Fulci e persino Ercole alla conquista di Atlantide di Vittorio Cottafavi, senza parlare dei titoli apocrifi e di quelli rieditati con un nome diverso e di quelli rubati in qualche vecchio magazzino e proiettati in copie usurate senza permesso a base di decine di simil-Bruce Lee e di altrettanti fasulli Sartana e Django. Un libro scritto da un cultore della materia, ricco di aneddoti gustosi sulla vita del fondatore della sala Jean-Pierre Mocky che danno vita a una storia d’amore non per i film ma per il cinema in quanto tale, alto o basso che sia, e per i tanti disgraziati spettatori ai quali questi presunti filmacci hanno alleviato per due ore le sofferenze.

Editoriale giugnoIl film italiano appena uscito (tra poco anche in DVD) che ci fa reimmergere nel mondo del B-movie nostrano si intitola Blood in the Méliès moon e lo ha firmato quel Luigi Cozzi, attualmente gestore del negozio romano “Profondo rosso” nonché fedele collaboratore di Dario Argento, in passato distintosi per aver realizzato opere diventate di culto quali Scontri stellari oltre la terza dimensione, Hercules, Il gatto nero e Paganini Horror. Grazie al digitale il regista ha potuto girare a basso budget un progetto a lungo rinviato e il risultato non sfigura con i precedenti anzi si distingue per una vena autoironica e più umana. Il soggetto è quello della ricerca del vero misterioso inventore del cinematografo ma di fatto il tema è quello della perdurante fascinazione esercita sull’uomo Cozzi dal genere fantastico con anche derive di horror e di fantascienza. C’è il viaggio sulla luna di Méliès, ci sono fantasmi, sogni e visioni oniriche entro cui il regista si aggira smarrito alla ricerca di se stesso, il tutto reso con una fattura artigianale ricca di invenzioni e di effetti spiazzanti. Un esempio, questo di Lewis Coates alias Luigi Cozzi, di un salutare ritorno a un cinema “strano” sempre più raro da vedere, un bell’esempio di film “stralunato” come stralunati devono essere i B-movie per essere davvero belli (come quelli proiettati una volta nella sala Grady in quel di Parigi).

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