Lo spazio è uno dei migliori alleati del cinema, anche perché in quel buio sconfinato sembra poter succedere di tutto. E se nel 1902 George Méliès stupiva tutti con il primo cinema di fantascienza, con Le voyage dans la Lune, a più di cent’anni di distanza immaginare lo spazio non ci basta più.

Il 2024, a quanto si dice, sarà l’anno del primo studio di produzione cinematografica in orbita, agganciato alla Stazione spaziale internazionale Iss, per mostrare ciò che avviene proprio dove avviene.
Neanche a dirlo, il primo volto noto di Hollywood a sperimentare la nuova cinematografia spaziale sarà Tom Cruise. Ma prima di lanciarci, letteralmente, nello spazio vale la pena ricordare i migliori film con astronauti, girati sulla terra.

Interstellar

Christopher Nolan, nel 2014, confeziona la sua pellicola spaziale, dominata dal tempo, la sabbia e l’imminente bisogno dell’uomo di lasciare l’inospitale Terra per cercare un posto migliore per l’umanità.

Dentro Interstellar c’è tutto: un magma in continua ebollizione di rapporti personali, affetti, tempo che scorre a diverse velocità e sabbia, quella polvere che pervade la Terra e allontana, cancella, sotterra e nasconde.
In questo turbinio di emozioni e lotte contro un pianeta che chiaramente non ci vuole più, Matthew McConaughey è il protagonista della storia, ma il ben nutrito cast scelto da Nolan tira fuori altri grandi nomi come Michael Caine, John Lithgow, Anne Hathaway, Matt Damon e Jessica Chastain.

Forse non il miglior film di Nolan, troppo spesso paragonato a titoli immensi come 2001: Odissea nello spazio o anche l’introspettivo Solaris, ma comunque un gran film che vuole raccontare, visivamente e verbalmente, i sentimenti umani davanti alla catastrofe, i silenzi freddi dello spazio e l’infernale rumore nella testa di chi sa che la vita sta per finire. Implicazioni etiche e morali emergono in quello che, di fatto, è un thriller, un’avventura nel tempo in una fantastica ambientazione spaziale.

Il film vince infatti l’Oscar per i migliori effetti speciali. Insomma, dopo capolavori come Memento e Inception, Nolan si getta a capofitto in un film per il grande pubblico, dalla durata pazzesca, ma pur sempre d’autore.

The Martian – Il sopravvissuto

Prodotto e diretto da Ridley Scott, Sopravvissuto-The Martian, riporta Matt Damon e Jessica Chastain nello spazio, a distanza di un solo anno dall’uscita di Interstellar. Tratto dal romanzo L’uomo di Marte di Andy Weir, il film è incredibilmente accurato a livello scientifico, con le ovvie semplificazioni cinematografiche ed il fatto che l’uomo su Marte ancora non ci è arrivato.

Detto questo, la storia è quella di un ritorno mancato e della consueta lotta per la sopravvivenza. Dopo una tempesta, Matt Damon, dato per morto, viene lasciato solo sul deserico pianeta rosso, mentre l’equipaggio fa ritorno sulla Terra. Tutto gira intorno alla domanda: come farà quest’uomo a resistere da solo su un pianeta ostile? Coltivando patate, trovando l’acqua e aspettando, con un’incredibile fermezza d’animo, un salvataggio.

La regia di Scott si fa sentire, visivamente spettacolare, con una tensione che accompagna tutto il film ma che non sembra mai sfociare nella disperazione, anche grazie al perfetto montaggio e alla colonna sonora, composta da Harry Gregson-Williams, insolitamente mainstream e disco, che spezza la tensione e da leggerezza alla pellicola. Damon, in solitudine per gran parte della pellicola, tiene bene la scena, accompagnato, da lontano, da Sean Bean, Jeff Daniels e Chiwetel Ejiofor.

Gravity

Del 2013, diretto da Alfonso Cuaron, Gravity racchiude nel suo titolo tutto quello tiene sotto scacco l’intera pellicola: la gravità, o meglio l’assenza di essa, con cui Sandra Bullock dovrà fare i conti. Iniziata come una normale spedizione spaziale, mostrata con una semplicità tale da sembrare una qualsiasi attività quotidiana, complice il continuo chiacchiericcio di George Clooney, il viaggio del film di Cuaron prende subito un’altra piega.

Diciamo addio al vociare iniziale dei tanti personaggi fluttuanti nello spazio perché, fin dai primi minuti, sulla scena rimane solo lei, la dottoressa Ryan Stone, alle prese con il suo inconscio, le sue visioni e i sensi di colpa. Ancora una volta il viaggio nello spazio diventa un viaggio nell’intimità umana, una continua lotta contro l’ignoto che sembra inghiottire ogni cosa. Sandra Bullock parla sopra l’immenso silenzio, parla a se stessa, alla radio, ad uno sconosciuto e con chi ormai non la può più sentire.

Uno spostamento continuo in cerca della salvezza, una lotta contro le fragilità messe a nudo in tutta la loro umana disperazione. Con un movimento di macchina che segue i personaggi, quasi dandoci l’impressione di fluttuare insieme a loro nel silenzio sconfinato, Gravity è una pellicola fatta di tensione, respiro affannato, batticuore e un solo fine: tornare a casa.

First Man – Il primo uomo

Biopic del 2018, tratto dalla biografia omonima di Neil Armstrong, la pellicola di Damien Chazelle racconta del primo uomo che mise piede sulla Luna. Il regista decide di raccontare il più celebre degli astronauti in tutte le sue sfaccettature: Armstrong, con il volto di Ryan Gosling è forte e deciso, freddo e schivo, ma anche fragile e introspettivo.

Chazelle, dopo l’acclamato e ritmato Whiplash, cambia rotta e rallenta, fino a dilatare il tempo, per mostrare la vita del protagonista, senza romanzare, senza infarcire la storia con espedienti cinematografici: quello che c’è è quello che è successo. Gosling, con il suo tipico modo silenzioso ed espressivo è eccellente nella parte dell’astronauta e anche grazie alla sapiente regia, che riesce a farci immergere totalmente nel racconto, il risultato è una pellicola intimista e psicologica ma comunque vincitrice del premio Oscar per i migliori effetti speciali. Le inquadrature strette e i primissimi piani che catturano le emozioni e le sensazioni dei personaggi riescono, ancora una volta, farci sentire parte dell’equipaggio, parte di quella missione e di quella tensione.

E a chi si è lamentato per l’assenza del classico patriottismo americano, data l’omissione della celebre scena in cui Armstrong piazza la bandiera a stelle e strisce sulla Luna, Chazelle ha risposto:

Il mio obiettivo con questo film era quello di condividere il non visto, gli aspetti più sconosciuti della missione. In particolare la storia personale di Neil Armstrong e di ciò che ha pensato o sentito durante quelle celebri ore.

Perché, come ha detto lo stesso Ryan Gosling: lo sbarco sulla Luna è la storia di tutti, non solo degli americani.

2001: Odissea nello spazio

Ultimo, ma di certo non per importanza è 2001: Odissea nello spazio, del 1968. Entrato di diritto nell’Olimpo cinematografico, considerato un cult intoccabile, immortale e inarrivabile, come il suo regista Stanley Kubrick, a più di 50 anni di distanza la pellicola vale ancora la pena di essere vista e rivista. Angosciante e claustrofobico, con un’ambientazione spaziale sconfinata e tempi dilatatissimi, il film è proiettato verso un futuro prossimo (almeno per l’epoca) ma accompagnato da una colonna sonora fatta di musica classica, in un perfetto contrasto tra passato e futuro.

Diviso in quattro sezioni, collegate fra loro da un unico fil rouge, il film si apre con una sequenza musicata con Così parlò Zarathustra di Richard Strauss. Dagli ominidi e il primo contatto con il monolito e la presa di potere del singolo, all’uomo nello spazio e quindi al lontanissimo futuro tecnologico. L’evoluzione, trasposta cinematograficamente con l’osso degli ominidi che si trasforma in una navicella, grazie ad un celebre match cut, il passato diventa presente e subito futuro. Scritto insieme ad Arthur C. Clarke, celeberrimo scrittore di fantascienza, il film è una pietra miliare per il cinema, non solo di fantascienza ma totale.

Filosofico, umanissimo nel conflitto uomo-macchina e intimista nella continua scoperta di sé del protagonista, Kubrick racconta un destino disastroso per l’umanità in cui ci si ritrova a combattere ciò che noi stessi abbiamo creato. L’uomo ha progettato HAL 9000 e l’uomo ha inconsapevolmente fatto sì che impazzisse, trasformando la macchina che doveva aiutarlo in quel nemico che deve combattere.

La capacità di Kubrick, oltre all’abilità registica di cui non serve neanche far menzione, è proprio quella di far sembrare vivo quel computer, con quella continua luce rossa e angosciante che veglia minacciosa sull’astronauta rimasto solo col suo destino. Parlarne è un’impresa quasi impossibile, l’unico modo per rendere giustizia a questo capolavoro è vederlo.