Fin dal suo esordio in qualità di autore cinematografico a tutto tondo con Ex Machina (già sceneggiatore di successo fin dal 28 giorni dopo di Boyle), Alex Garland si è affermato ai confini dell’industria hollywoodiana grazie a uno sguardo indagatore delle nevrosi contemporanee riconfigurate mediante i generi. Se nei tre lungometraggi precedenti, muovendosi tra il fantascientifico e l’horror, aveva sondato alcune tossicità nei rapporti di gender, con l’arrivo in sala il 12 aprile di Civil War il regista inglese esce dalla dimensione intimista per filmare un war movie dal sapore post-apocalittico.

Adottando una narrazione fumosa che rifiuta prolisse spiegazioni, fin da subito si è immersi in un’America da tempo sconquassata da una guerra civile (il cui probabile istigatore è stato lo stesso presidente) combattuta, non troppo parossisticamente, per difendere(?) la vera “americanità”.
Negli scontri a fuoco tra gli Stati Uniti e le forze secessioniste, in un viaggio nevrotico e disperato, si muovono un gruppo di giornalisti intenzionati a intervistare il presidente a Washington D.C.

Attraverso paesaggi devastati, la leggendaria fotografa Lee (Kirsten Dunst) e l’intervistatore Joel (Wagner Moura) accoglieranno l’anziano collega Sammy (Stephen McKinley Henderson) e la giovanissima aspirante Jessie (Cailee Spaeny, astro nascente dopo la Coppa Volpi per Priscilla di Sofia Coppola) in una variazione del pur classico modello di ricomposizione di un’unità familiare all’interno di una cornice apocalittica.

La più grande produzione A24 (ormai inarrestabile casa di produzione per cinefili Gen Z), Civil War è l’esperienza sensorialmente forse più travolgente di Garland.
Mentre il ricchissimo comparto sonoro lacera il silenzio con il fragore delle armi da fuoco, ritrovando la fotografia – forse leggermente patinata come già in Men – dello storico collaboratore Rob Hardy, il regista porta avanti un complesso discorso sulla natura del regime scopico contemporaneo mediante uno stratificato linguaggio visivo.

I volti (performativamente splendido quello della Dunst, perennemente corrugato da ogni singolo scatto del conflitto), spesso isolati nel frastuono della guerra con una ridottissima profondità di campo, lasciano spazio ai corpi che, invece, si riflettono e rifrangono all’interno di una molteplicità di specchi e di schermi, in un mellifluo alternarsi di immagini calde (quelle della realtà filmica) e fredde (quelle televisive e fotografiche).

Una tale complessità formale riesce a restituire la schizofrenia di una narrazione della contemporaneità affidata alla molteplicità di immagini di cui quotidianamente ci ammantiamo. L’importanza capitale rivestita dai giornalisti nella guerra civile di Garland, infatti, sembra essere specchio rivelatore della deformazione culturale della sovrabbondanza informatica odierna.

Attraverso una distopia che procede per difetto, piuttosto che per eccesso, si prende coscienza di quanto, soprattutto in periodi bellicosi come quelli di cui siamo tristemente protagonisti, il rumore bianco prodotto dalla saturazione mediatica può essere un’arma potente. Il bisogno bulimico di guardare, assuefatti passivamente a un’informazione che ci investe privi di coscienziosità (si veda la pornografia del dolore che inonda i social media di scene del conflitto palestinese e ucraino nel miasma di fake news), possiamo immaginare essere ciò che spinge Lee e Joel tra i soldati in prima fila, rendendosi così protagonisti della guerra.

Sul mirino della macchina fotografica della protagonista vi è l’immagine televisiva del presidente (non troppo difficile intravedere lo spettro di Trump), simulacro di una frattura profonda (insanabile?) dell’identità americana. Rigettando qualunque retorica, il film demistifica anche l’epica della storica guerra civile americana, lasciando come unico dettame possibile quello di sparare a chiunque ti spari.

Civil War riesce nel difficile compito di non scadere nella banale impartizione di giudizi, né nell’invettiva gratuita e buonista, ma lascia (fin troppo) sottese, purtroppo senza la causticità sperata, alcune riflessioni che si imporranno sempre più decisive nel prossimo futuro. Il prezioso talento di Alex Garland, d’altra parte, manca ancora una volta la perfetta quadratura del cerchio, però si conferma nuovamente come perspicace voce capace di interrogare il presente.