Visionario, surrealista, grottesco, bizzarro, avanguardista, “ridicolo sublime” (Slavoj Žižek), sadico, perturbante, in una parola: lynchiano. Quanti autori possono vantare l’inserimento di un aggettivo nell’Oxford English Dictionary? David Lynch sì. Il leggendario regista di Missoula, venuto a mancare lo scorso 16 gennaio, viene meritatamente celebrato nei cinema italiani con The Big Dreamer – Il cinema di David Lynch, la rassegna curata da Lucky Red e dalla Cineteca di Bologna che riporta sul grande schermo tutti i suoi capolavori (più qualche perla proveniente dai corti sperimentali).

Dal 12 al 14 maggio le proiezioni avranno inizio con Cuore selvaggio (Wild at Heart), contestatissima (ma desideratissima dall’allora presidente di giuria, Bernardo Bertolucci) Palma d’oro a Cannes nel 1990, di cui, inoltre, ricorre il trentacinquesimo anniversario. Film tra i meno citati dell’autore, anche rispetto ai meno lynchani The Elephant Man e Una storia vera, ma che oggi ancor di più riesce a rispecchiare cartoonisticamente l’iconografia americana contemporanea, un territorio disperato tra pornografia e iperviolenza, Eros e Thanatos.

Un Romeo e Giulietta on the road, ma anche un Mago di Oz con la Strega dell’Ovest in veste di madre (il rapporto con l’opera di Fleming è stato protagonista di un bel documentario di Alexandre O. Philippe Lynch/Oz), Cuore selvaggio mette in scena la storia d’amore tra Sailor (the King of overacting Nicolas Cage, che qui può dare il meglio di sé) e Lula (Laura Dern), interrotta quando il ventenne viene incarcerato in seguito a un omicidio commesso per legittima difesa.

Dopo il suo rilascio, la giovane coppia si getta in una folle fuga verso la California contro il volere della perfida madre della ragazza (Diane Ladd). Quest’ultima, furente per la relazione della figlia, commissiona a una banda di sicari (di cui uno è il disgustosamente indimenticabile Bobby Peru di Willem Defoe) di ritrovarli e uccidere Sailor.

Nella filmografia di David Lynch Cuore selvaggio, accanto al parallelo progetto seriale di Twin Peaks, rappresenta il deflagrante giro di boa che, dopo film più hollywoodiani quali il già citato The Elephant Man e Dune e memore delle perversioni sadiche di Velluto Blu, condurrà al definitivo recupero della prima esperienza surrealista di Eraserhead verso un cinema onirico e sperimentale (da Fuoco cammina con me in poi).

L’America percorsa da Sailor e Luna, tratta dall’omonimo romanzo di Barry Gifford, resta però ugualmente lynchiana, ma in modo speculare a quanto è solito mostrare: le oscenità della società non si nascondono sotto la superficie; non si trovano in un orecchio marcescente nell’erba o all’interno della psiche in frantumi di una giovane aspirante attrice, bensì sono tutte rivoltate verso l’esterno, esposte caricaturalmente alla luce del sole.

In questo “mondo cattivo, senza pietà, che racchiude dentro di sè un cuore selvaggio” la fotografia languida viene lacerata da improvvise accelerazioni di violenza, poi bruscamente interrotte in sequenze non sempre meno disturbanti (raggelante la scena di stupro), assecondando il nevrastenico andamento di una musica che alterna il jazz al rock, l’heavy metal allo swing anni Cinquanta, la colonna sonora di Angelo Badalamenti alle hit di Elvis Presley.

Probabilmente Cuore selvaggio non è il più lynchiano dei film dell’autore (seppur non manchino figure e momenti surreali) e per questo non gode di fitte schiere di cinefili come altre sue opere, ma sembra respirare dello Zeitgeist statunitense (e non solo) contemporaneo. Dunque tra guerre, abusi e omicidi che pullulano l’atmosfera forse non resta davvero che fare come Sailor e Lula: salire in macchina, correre la propria corsa e allora “Sailor, trovami un po’ di musica su quella radio in questo momento!”, finendo per ballare in questa danza macabra.