Da sempre il cinema ha saputo documentare episodi cruciali della storia mondiale con immagini di grande potenza descrittiva girate da operatori sul campo oppure ricostruite in lungometraggi realizzati da registi impegnati a difendere le ragioni della libertà contro i soprusi di un potere tirannico.

Oggi queste immagini riguardano la resistenza del popolo ucraino contro l’invasione russa voluta da Putin e documentano spesso in tempo reale il dolore e le devastazioni che affliggono un paese dalla storia tormentata.

Il cinema ucraino ha una sua tradizione che non sfigura rispetto a quella del grande cinema russo e questo a partire dal regista Aleksandr Dovženko autore negli anni Trenta di capolavori assoluti come La terra e Arsenale, un regista di cui un critico disse che

I film di Eizenstejn sono un grido, quelli di Dovzenko sono un canto.

Oggi lo spirito orgoglioso dell’anima ucraina lo ritroviamo in opere recenti come Atlantis e Reflection di Valentyn Vasyanovych, anch’essi sospesi tra il grido e il canto in un ammirevole equilibrio espressivo.

Mentre gli eventi nella realtà si susseguono in una crescente suspence, ci piace ricordare le parole di un grande autore di origini ucraine come Andrej Tarkovskij il quale davanti davanti all’eredità di catastrofi storiche che abbiamo si augura che

forse il significato di queste disfatte indica la pazienza della storia, il fatto che essa si attende che l’uomo compia la giusta scelta.

Ed è quello che tutti noi speriamo prima che sia troppo tardi.