Il cinema antimilitarista di Kubrick raggiunge il suo apice con Full Metal Jacket, un’invettiva asfissiante contro la bieca ideologia di guerra, tra humor e sangue.
1987: addio eroismo e tanti saluti ai falsi ideali, al cinema arriva Full Metal Jacket e con lui l’umanità svanisce; con questa pellicola Kubrick riporta il discorso cinematografico sulla guerra del Vietnam, ma fa piazza pulita di sentimentalismi e pensieri profondi: l’uomo non c’è più, esistono solo macchine da guerra. Uomini addestrati ad uccidere il nemico, senza se e senza ma, uomini depersonalizzati, disumanizzati, privati del proprio nome e buttati nella carneficina che è la guerra. Il bene e il male qui si fondono in un vortice di disgusto, risate, ferocia e contrasti, non ci sono vincitori ne vinti, c’è solo guerra. Un cult destinato a rimanere tale per sempre, una pietra miliare nel cinema tutto, non solo quello di guerra, Full Metal Jacket è un racconto angosciante, chiassoso e urlato che racchiude dentro di se la manipolazione psicologica, la fine del pensiero, la distruzione e l’annientamento, le mortificazione e tanta, tanta morte.
Full Metal Jacket: trama del film di Stanley Kubrick

Con lui ammazziam e con questo chiaviam!
1967, campo di addestramento dei Marines di Parris Island, Carolina del Sud, un gruppo di giovani reclute viene trasformato in macchine da guerra dal terribile Sergente Maggiore Hartman (R. Lee Ermey, che nei Marines c’è stato davvero). Vessazioni, urla, mortificazioni e insulti sono all’ordine del giorno in questo gioco della riprogrammazione umana, ai soldati vengono rasati i capelli, tolti i nomi e messe divise identiche: non c’è più l’individuo, il singolo, sono tutti uguali e tutti devono uccidere. La destinazione è la disastrosa guerra in Vietnam. L’addestramento che Kubrick porta in scena è un’educazione all’odio, una manipolazione mentale che trasforma gli uomini in armi, un’asfissiante gioco di potere in cui il “Si, Signore” è l’unica risposta giusta. Tutta la prima parte della pellicola, che poi è quella più potente, angosciante e disumana (nonostante i soldati non siano ancora sul campo di battaglia) è tesa a presentare quel manipolo di uomini arrivati lì chissà come ma usciti tutti identici; tutti tranne uno, Leonard Lawrence, rinominato sin da subito “Palla di lardo”, dallo spietato Sergente, per la sua forma fisica (interpretato perfettamente da Vincent D’Onofrio);

Lui è l’unico che sembra non essere parte di quel mondo, è la nota stonata di quel marciare sempre uguale, urlare sempre uguale e pensare sempre uguale che lo porterà a perdere la testa, proprio quella che gli si voleva cambiare a tutti i costi. Ed è la guerra che cambia le persone, la guerra che per il regista è come un virus che s’insinua, si attacca agli uomini e li trasforma in altro, in peggio; e infatti in Full Metal Jacket non si parla unicamente di Vietnam ma di guerra in generale, quella insita nell’animo umano fatto di cattiveria e odio per l’altro, senza sapere neanche perché, senza sapere chi sia l’altro o perché non voglia quei soldati a casa propria, è la guerra del “perché ci hanno detto di farla”, quella della peggior specie.
Sai cosa mi fa incazzare di questa gente? Che noi veniamo qui ad aiutarli e loro, appena possibile, ci cagano addosso.
L’insensatezza della guerra secondo Kubrick (e non solo)
Ispirato al romanzo The Short Timers di Gustav Hasford, ex marine che raccontò la sua esperienza in Vietnam, Full Metal Jacket non è un semplice racconto di guerra ma, più che altro, un racconto su tutto quello che la guerra porta con sé. Se già con Paura e Desiderio e Orizzonti di gloria Kubrick aveva affrontato il tema dell’insensatezza della guerra, qui il regista calca la mano e si adopera per portare sullo schermo un minuzioso lavoro che parte dalla testa; dall’addestramento bestiale alla guerra vera e propria, fino alla (sempre presente) propaganda di guerra, perché il lavoro sulle menti non comprende solo i soldati, ma tutti quanti. “La guerra necessaria”, “la guerra di liberazione”, “la guerra per salvare”…tutti tentativi di far digerire al grande pubblico l’ennesimo conflitto, modi per giustificare una ferocia venuta dall’alto e imposta al braccio armato della nazione, a quegli uomini che, in Full Metal Jacket, diventano un tutt’uno con il proprio fucile, perché quello spara solo se è un uomo a premere il grilletto.

Il doppio gioco della guerra
Kubrick, quindi, esplora l’animo umano, esplora i meccanismi della guerra e lo fa insieme al suo pubblico che non riesce ad empatizzare con nessuno di quei soldati, con nessuno di quegli involucri in divisa divenuti carnefici o carne da macello, a seconda di quale colpo arrivi per primo. Se, in un primo momento, il soldato Joker (Matthew Modine) ci appare come un “buono” con il solo scopo di essere un reporter, la verità ci colpisce in faccia quando anche lui, come tutte le maschere presenti tra quei Marines, dice di essere in Vietnam per incontrare gente interessante, stimolante, con una civiltà antichissima e…farli fuori tutti! E qui che tutto il marcio che Kubrick vuole mostrare al suo pubblico viene a galla, non c’è nessun buon lì in mezzo, non c’è empatia, non c’è rispetto, non c’è l’eroe canonico che si fa spazio tra i personaggi, è solo un uccidere impazzito che fa rabbrividire ma anche capire realmente cosa racchiude la parola guerra. E in questo dualismo guerra-salvezza, morti-vivi, verità-propaganda, Joker è il fulcro di tutto, con il suo iconico elmetto con scritto “nato per uccidere” con accanto il simbolo della pace, un paradosso raccapricciante che però diventa emblematico di quanto una parola, una mente, un ideale possa essere svuotato di senso e ridotto ad una toppa posticcia da piazzare sopra l’orrore: fare la guerra per arrivare alla pace, no?!
Tu credi che li ammazziamo per la libertà? questa è strage!
E su Full Metal Jacket ci sarebbe ancora tanto altro da dire, sulla potenza visiva del film, che dopo anni ancora riesce ad asfissiare lo spettatore; sulla spiazzante quanto calzante colonna sonora che squarcia la follia del conflitto (Surfin’ Bird dei Trashman su tutte), sulla ricostruzione del contesto Vietnam (con qualche imprecisione, ok, ma comunque minuziosa), sull’ironico e beffardo sguardo di Kubrick verso quei soldati svuotati di ogni senso a cui fa cantare addirittura Topolino, come a sottolineare quanto stupide siano le loro azioni di bambini comandati dal dito teso del più alto in grado; e ancora si potrebbe parlare per ore del sovraccaricato Hartman, tutto urla e parolacce, che ha fatto scuola per molti altri personaggi e il cui discorso iniziale è impresso nelle menti dei più, oppure su quell’unica triste scappatoia possibile in cui Palla di lardo si rifugia e trova “pace”…ma, in fondo, per citare proprio il soldato Joker, basta una sola frase per descrivere la celeberrima pellicola di Kubrick: L’inferno è qui.
