Uno sguardo sulla colonna sonora di Joker (regia di Todd Phillips) firmata da Hildur Guðnadóttir, vincitrice del Soundtrack Stars Award 2019 a Venezia 76.

«Spero solo che la mia morte abbia più senso della mia vita»

Così recita l’appunto annotato da Arthur Fleck nel suo diario quotidiano di deliri e scarabocchi. Un auspicio disperato per un clown nato da un universo di disgrazie che nasconde la sua deriva esistenziale dietro una smorfia di allegria schizofrenica. L’ultimo grido inascoltato di Arthur Fleck riassume quella «mostruosa parodia che chiamiamo mondo». Comico fallito ed emarginato da una società ipocrita e classista che rincorre la felicità a ogni costo, l’uomo che ride vaga per le strade di Gotham City come uno spettro in carne ed ossa sopra l’abisso del caos. Tutto sembra fragile, sul punto di spezzarsi, nella sua vita: la squallida routine da uomo-sandwich per un negozio di dischi in svendita, i laconici colloqui con l’assistente sociale destinati al taglio, il rapporto con una madre castrante e psicotica che lo ha reso incapace di trovare conforto nel contatto umano. Fleck è convinto di essere nato per far ridere, ma non ha mai provato un solo attimo di gioia. Persino il suo corpo emaciato, preso puntualmente a calci da yuppies e bulli di periferia, sembra parlarci di un’anima infernale condannata alla desolazione del dolore eterno.

«Mia madre mi diceva sempre di sorridere e mettere una faccia felice. Mi diceva che ho uno scopo nella vita. Portare risate e gioia nel mondo»

Sospeso nel limbo fra realtà e visione allucinatoria, il requiem che la violoncellista e compositrice islandese Hildur Guðnadóttir (Soldado, Chernobyl, Maria Maddalena), già collaboratrice di Jóhann Jóhannsson, cuce addosso al Joker di Todd Phillips è un superbo affresco drammatico che trascina l’anti-eroe oltre la soglia della follia sotto il peso dell’angoscia. Affidate perlopiù a un violoncello solo – nello specifico l’halldorophone elettroacustico sviluppato insieme all’amico Halldór Úlfarsson – le musiche di Guðnadóttir traducono la «semplicità multidimensionale» di Arthur in melodie asciutte, monotoniche e cariche di dissonanze che ne evocano in maniera claustrofobica la profondissima afflizione (A Bad Comedian, Young Penny, Looking for Answers). Il clown che nella sua ingenuità quasi infantile sogna di diventare una stella della stand-up comedy è lasciato solo di fronte alle sue illusioni perché l’ottusità con cui la gente reagisce alla sua risata incontrollata gli impedisce di opporsi agli eventi e di provare empatia verso il prossimo. Spesso un’intera orchestra d’archi si nasconde, quasi impercettibile, dietro il violoncello, ma lo strumento solista non se ne accorge e il dialogo con l’organico viene sempre ritardato (Hoyt’s Office, Defeated Clown), salvo assumere poi verso il finale un andamento concertante inatteso (Penny Taken to the Hospital). Altrove ritmi percussivi opprimenti espandono l’orchestrazione del violoncello tradendo la paura e l’imbarazzo con cui Arthur cerca un contatto con l’altro (Following Sophie, Arthur Comes to Sophie, Meeting Bruce Wayne) oppure si disintegrano nelle pulsazioni cibernetiche dei synth (Subway, Hiding in the Fridge, Escape from the Train, Call Me Joker).

Joker

L’anarchia sonora che domina la mente di Fleck regna anche nell’oscura metropoli sull’orlo del collasso in cui Phillips fa muovere il suo personaggio: una Gotham uscita dagli anni ’70-’80, violenta e invasa da topi e rifiuti, dove Joker potrebbe benissimo incontrarsi all’Arkham State Hospital con il Rupert Pupkin o il Travis Bickle di Scorsese. Una simbiosi, quella fra la città e il suo mostro, che Guðnadóttir esalta in una scena cardine del film come la danza metamorfica con cui l’ombra di Joker fagocita Arthur sotto il neon verde di un bagno pubblico. Racconta Phillips che, giunto a un punto morto sul set, l’ascolto del brano composto da Guðnadóttir già in fase di pre-produzione (Bathroom Dance) si rivelò determinante per la costruzione della stessa. Ispirato dal tema sinuoso del violoncello, raggiunto in coda da una linea vocale innodica, Joaquin Phoenix abbandona l’iniziale goffaggine alla Charlot e improvvisa movenze lente, aggraziate, sicure, ordinate secondo un immaginario schema rituale, che danno corpo alla trasformazione nel suo doppio luciferino. Più avanti, Joker tornerà ad accennare quei passi dietro le quinte dello show di Murray, ma qui il ribaltamento è avviato, la vittima è già diventata carnefice e reclama il suo posto nel mondo, sotto i riflettori di una ribalta televisiva che ne segnerà la definitiva discesa agli inferi.

«Ho sempre pensato che la mia vita fosse una tragedia ma adesso mi rendo conto che è una cazzo di commedia».

Se la trama sonora creata da Guðnadóttir delimita intimamente l’umanità calpestata di Arthur, i brani di repertorio che puntellano il film assecondano la sua fisicità esibita, l’urgenza di lasciare un segno tangibile nella società che lo respinge. Spesso si tratta di leitmotif innescati dal tubo catodico che commentano o rovesciano in senso beffardo il tormento interiore del personaggio grazie alla pregnanza dei loro testi. Dagli standard americani portati al successo da Frank Sinatra, That’s Life di Kay-Gordon (1966) e Send in the Clowns (1973) di Stephen Sondheim a brani iconici come Smile, composto da Charlie Chaplin nel 1936 per la colonna sonora di Tempi Moderni e proposto nella versione di Jimmy Durante, e Put on a Happy Face in quella di Tony Bennett (1976), fino alla hit rock Laughing dei Guess Who (1969). Ma rivendicando il proprio diritto all’infelicità, Joker riscrive le regole della commedia con la gestualità anziché con le parole. Goffo e impacciato nei primi numeri, si trasforma gradualmente nel più leggiadro degli showmen, fino ad immedesimarsi nei suoi idoli di celluloide: il mitico Fred Astaire, che fa capolino alla tv mentre balla in Voglio danzare con te al ritmo di Slap That Bass di George Gershwin (1937), e il grande Charlie Chaplin, che volteggia in pattini a rotelle durante la proiezione di gala di Tempi Moderni. Là dove finisce l’imitazione si compie allora la nemesi del villain: emblematica la sequenza, divenuta già cult, in cui Joker si scatena in una performance magnetica e liberatoria sulle note di Rock & Roll Part 2 di Gary Glitter (1972), scendendo la scalinata che mille volte ha salito.

Nelle battute finali l’evoluzione di Fleck da vittima a giustiziere, da oppresso a simbolo inconsapevole della rivolta di classe, si chiude sotto i suoi occhi increduli mentre la folla inferocita mette Gotham a ferro e fuoco, accompagnata da White Room dei Cream (1968). Dietro la maschera di riso eterno che ormai è diventata il suo volto, Arthur ha attirato su di sé l’ammirazione che cercava. Sulla sua rovina si è finalmente posata un’aureola.

 

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