Presentato in anteprima fuori concorso al Festival di Cannes 2023 e in corsa agli Oscar 2024 con ben 10 candidature, Killers of the Flower Moon è l’ultima fatica di Martin Scorsese.
Tre ore e venti minuti per un’epopea tra western e crime story in cui il regista italoamericano racconta una pagina nera e sconosciuta della storia americana.

Una trama che intreccia amore e omicidi, ma che mostra quanto la ricchezza renda avido l’animo umano. Il film vanta le performances straordinarie di Leonardo Di Caprio e Robert De Niro che sono stati in lizza per premi prestigiosi, ma soprattutto la grande prova della protagonista femminile Lily Gladstone.
L’attrice è già entrata nella storia: è la prima nativa americana ad aver vinto un Golden Globe.

Accanto a questi attori straordinari brillano Jesse Plemons e il premio Oscar Brendan Fraser che, seppur in un piccolo ruolo, ci regala una grande interpretazione.
Anche Martin Scorsese appare davanti la macchina da presa, come è solito fare nelle sue pellicole. Ma il suo cameo, questa volta, è ancora più speciale. Mostra in maniera esplicita la sua presa di posizione all’interno della storia.

Il regista non mette solo in scena il suo punto di vista del racconto nel film. Ne prende parte. Recita il mea culpa a nome di tutta l’umanità. Scorsese nel suo Killers of the Flower Moon riprende il filone dei western liberal anni ’70 e ci mostra l’altro lato della medaglia.
Parliamo di opere come Soldato blu di Ralph Nelson (1970),  Un uomo chiamato cavallo di Elliott Silverstein (1970) e Il piccolo grande uomo di Arthur Penn (1970).

Killers of the flower moon: la trama

Fairfax, Oklahoma, Anni ’20 del Novecento. Ernest Burkhart (Leonardo Di Caprio) è un reduce della Prima Guerra Mondiale che si rivolge allo zio per trovare un impiego. Questi è l’imprenditore e boss locale William Hale, detto “Il Re” (Robert De Niro).

In quella zona i nativi americani sono diventati molto ricchi per aver trovato il petrolio sui loro appezzamenti e, proprio per questo, Il Re consiglia al nipote di prendere in sposa la facoltosa nativa Mollie (Lily Gladstone). In questo modo potrà usufruire delle sue ricchezze e vivere una vita agiata. E, magari, un giorno ereditare il suo sostanzioso patrimonio. Un giorno nemmeno troppo lontano… In effetti, sono molte le morti improvvise che avvengono in quell’angolo d’America. Omicidi irrisolti e dimenticati, soprattutto di ricche donne pellerossa.

Esiste un  piano criminale per sterminare i nativi milionari? Sarà l’FBI a indagare su questa misteriosa faccenda in cui Ernest non sarà altro che un burattino schiacciato dagli eventi.
A rimetterci veramente, però, sarà un intero popolo in cerca di giustizia.

Perchè questo titolo?

Il film è tratto dal romanzo Gli assassini della terra rossa di David Grann (pubblicato da Corbaccio) e adattato dallo stesso ScorseseEric Roth per il grande schermo.
Il titolo inglese si traduce in maniera letterale come “assassini del fiore di luna” e si riferisce a una tipologia di fiori violacei che gli Osage chiamavano in questo modo.

Molte tribù native d’America distinguevano le lune piene di ogni mese dando loro una specifica denominazione. La Luna dei Fiori è quella di maggio, che coincide con la scoperta nel romanzo del primo cadavere nel 1921, Anna Brown. L’autore, nel libro approfondisce ulteriormente la spiegazione del titolo.

I piccoli fiori violacei, in realtà, sbocciano ad aprile, ma appassiscono a maggio a causa del cambiamento delle stagioni. Quando le piante più grandi iniziano a crescere nei campi, prendono il sopravvento consumando tutta l’acqua e la luce. 

David Grann sceglie questo evento naturale come paragone dei tragici eventi che accaddero in Oklahoma durante le Lune dei Fiori nel 1921. Al popolo Osage furono sottratti non solo i beni, ma la vita stessa dagli intrusi e infestanti bianchi. La “luna che uccide i fiori” dunque, è riferita al periodo che contribuisce alla morte dei piccoli fiori, mentre gli “assassini della luna dei fiori” non sono altro che i colonizzatori bianchi che distruggono i nativi durante quel periodo di tempo. La frase fu coniata dai giornali all’epoca delle atrocità. 

Nel film, tra l’altro, “la luna che uccide i fiori” viene citata in un libro che William Hale dà a suo nipote Ernest per imparare la storia degli Osage, nella speranza che lo aiuti a ingraziarsi la tribù.

In quelle pagine, la “luna che uccide i fiori” mette in evidenza come i fiori viola muoiano con il crescere di altre piante. Ma il collo dei fiori si spezza e i petali si diffondono nella brezza, in modo che i loro resti diventino parte di un ciclo rigenerativo che parla della benevolenza della Madre Terra e del Grande Spirito.  

Insomma, una parabola che rispecchia perfettamente il destino degli indiani Osage,  dei fiori in pieno splendore che vengono soppiantati dai bianchi arrivati nei loro stessi territori per soverchiarli.

Killers of the flower moon: differenze tra libro e film

Il libro segue l’indagine degli agenti mandati dal governo centrale in Oklahoma per venire a capo dei numerosi omicidi. Gli investigatori si scontrano con le autorità locali che non hanno intenzione di smettere di controllare la ricchezza dei nativi.  Era proprio per questo che sposavano le  donne Osage per poi ucciderle. I pozzi petroliferi sembravano essere senza fondo, proprio come la loro avidità.

Martin Scorsese si era innamorato immediatamente del romanzo e aveva scritto la prima sceneggiatura restando fedele al libro. Il film era soprattutto un giallo in cui l’investigatore doveva risolvere i casi irrisolti. A interpretarlo, doveva essere DiCaprio.

Complice la pandemia, il progetto è andato in stand by. L’attore premio Oscar ha espresso la sua volontà di avere un altro ruolo. Ed è così che Scorsese e Roth hanno capovolto la storia.
Al centro della trama non ci sono più gli agenti della nascente FBI, ma gli sciacalli tossici che hanno fatto una strage tra gli Osage. Così è nato il personaggio di Ernst, che infatti non è presente nel romanzo. A quel punto, il ruolo pensato per il protagonista è stato ridotto e affidato comunque a un grandissimo attore del calibro di Jesse Plemmons.

Sono andato in Oklahoma, volevo saperne di più sugli Osage. Molte delle persone che si vedono nel film o dietro le quinte sono discendenti dei personaggi della storia, parte di un piccolo mondo ancora vivo. Tutti continuavano a parlare di Molly ed Ernest, di quanto fossero innamorati. Alla fine abbiamo imperniato la storia su di loro

Martin Scorsese

Killers of the Flower Moon: cast tecnico e artistico

Killers of the Flower Moon è il film che più parla d’amore nella sua carriera. Di un amore che può essere usato come arma e come ricatto. Ma anche come inganno. Un amore che non è altro che un’illusione.

Martin Scorsese alla veneranda età di ottant’anni, ha smesso di raccontare solo il male dell’animo umano. Non lo abbandona, chiaramente e ce lo racconta adornato di una nuova veste. Abbandona il fascino perverso della parte ferina dell’uomo e la mostra così com’è.

Crudele e semplice, a tratti coperta da uno strato d’idiozia. Queste caratteristiche spiccano, non a caso, in Ernst. E’ interessante vedere un imbruttito Di Caprio in quest’inedita interpretazione di un ottuso e smarrito. Un piccolo uomo che viene presentato con le frasi  «Sono avido» e «Amo i soldi». Frasi che raccontano già tutto della sua persona e della sua tragedia.

Scorsese in questo film d’amore non poteva che avere nel cast i suoi due attori feticcio, Di Caprio e De Niro. Si tratta della decima collaborazione con quest’ultimo e della sesta con il primo.

Entrambi gli artisti avevano già lavorato insieme nel film Voglia di ricominciare (di Michael Caton-Jones del 1993) e questa reunion sul grande schermo è davvero emozionante.
In effetti, Killers of the Flower Moon è incentrato sui loro due personaggi e sulla Mollie della straordinario di Lily Gladstone. La nativa eccelle nel ruolo di donna innamorata che finisce vittima del suo stesso amore. Un amore tossico in tutti i sensi.

Sono i loro  tre volti che riempiono le inquadrature di questo western che usa gli aridi paesaggi e il nero petrolio solo come sfondo. La fotografia di Rodrigo Prieto incastona personaggi e paesaggi alla perfezione, in un flusso d’immagini da Oscar. Ma sono soprattutto le parole le protagoniste di questa pellicola.  E’ molto verbosa, fatta di dialoghi e di campi e controcampi. Quelli tra la coppia di coniugi funzionano sempre, nonostante la mascella alla Don Vito Corleone Di Caprio che potrebbe decisamente distrarre lo spettatore. Funzionano meno, in realtà, quelli con il Re ed Ernst. Talvolta diventano troppo caricaturali insieme, questi gatto-e-la- volpe d’oltreoceano in cui uno è la mente e l’altro è il braccio.  

Una nota di merito va espressa anche alla colonna sonora di Robbie Robertson che miscela pezzi tradizionali Osage a musica classica e sperimentale.

Martin Scorsese e Killers of the Flower Moon

Il regista italoamericano si mette dalla parte dei buoni. Si schiera con l’America degli oppressi e ci mostra la nascita della nazione americana. Un’utopia mancata. 
La parabola degli Osage evidenzia come sarebbero potuti davvero essere gli Stati Uniti. Una terra in cui bianchi e nativi vivono insieme. Condividono. Mettono su famiglia. Si mescolano. Ma la storia è fatta di corsi e ricorsi storici. I tempi sembrano cambiare, ma finiscono sempre alla stessa maniera.
Killers of the Flower Moon, più di tutto, è proprio questo: un film sul tempo.   Un tempo che non c’è più, ma che continua a ripetersi. Ma che, soprattutto, non va dimenticato.

La storia narrata nel libro si concentra su di un agente dell’FBI estraneo al contesto, che si infiltra nella situazione e cerca di capire cosa sta succedendo come in un giallo. Mentre leggevo il libro, ho capito che però non si trattava di scoprire il colpevole. Piuttosto si cercava di capire chi non c’entrasse nulla perché di fatto sono tutti colpevoli. Questi uomini li si può ritenere tutti complici anche per essersi semplicemente girati dall’altra parte. Ho pensato che la storia fosse proprio questa: raccontare quanto sia facile cambiare [le cose] in modo terribile senza opporre la minima resistenza

Martin Scorsese

Il finale di Killers of the flower moon

Il finale del film è uno dei più belli di sempre.
Sicuramente il più potente diretto da Martin Scorsese. Così potente da includere lo stesso regista in scena. Parla per sé, come persona e come regista. Ci mette la faccia per mostrare la propria autorità e per fare al meglio la sua dichiarazione. Affida la conclusione della storia in programma radiofonico degli anni ’20 in cui egli stesso annuncia come vanno a finire le vicende dei tre protagonisti. Oltre a mostrare che in America tutto diventa spettacolo, anche lo sterminio di un popolo, invita lo spettatore a riflettere sul fatto che quello che ha visto non era solo finzione. Sono eventi, purtroppo, avvenuti davvero. Chi guarda diventa testimone di una strage taciuta per troppo tempo.

Scorsese che conclude un capolavoro di Scorsese. Sipario. Chapeau.