Alla base di Quei bravi ragazzi e di The Wolf of Wall Street si annida la stessa domanda scorsesiana: cosa si agita dietro il sogno americano?
È attribuita a Borges la riflessione secondo la quale «ogni scrittore crea, in fondo, una sola opera: il resto è una variazione su di essa». Il ritratto continuamente rimaneggiato in più di cinquant’anni di carriera di Martin Scorsese, infatti, è quello di un’America in cui, come recita l’editoriale del mese dedicato a tre degli autori che hanno saputo meglio inquadrare la violenza costitutiva degli Stati Uniti, «il male non è un colpo di scena: è una malattia endemica, che contagia tutto, perfino la fede e le istituzioni».
Dagli scontri delle bande per il controllo della Grande Mela in Gangs of New York fino alla raccapricciante convergenza tra la nascita del capitalismo e lo sterminio dei nativi americani in Killers of the Flower Moon, passando per un microcosmo di “antieroi” (è un eufemismo) americani, l’autore ha svolto una sublime rielaborazione del medesimo tema che, a ben guardare però, trova ancora una sua maggior compattezza nel dittico composto da Quei bravi ragazzi e The Wolf of Wall Street.
Trionfando nelle sale il primo nel 1990 e il secondo nel 2013, sono due film che a distanza di un trentennio trovano profonde risonanze, tanto stilistiche quanto narrative, in grado di tracciare un arco ben più esteso sulla storia a stelle e strisce.

Una storia, due epoche
Iniziamo dal principio, da Quei bravi ragazzi: fin da bambino Henry Hill (indimenticabile Ray Liotta) ha sempre avuto un sogno, quello di diventare un gangster. Quando lo realizza, si affianca a Jimmy Conway e Tommy DeVito (ridondante ribadire la grandezza del duo De Niro/Pesci) nella scalata alla malavita newyorkese. Le vertigini di una vita all’insegna di soldi e violenza porteranno, però, il protagonista alla dipendenza da sostanze stupefacenti e al conseguente arresto.
Aprendosi negli anni Cinquanta, Quei bravi ragazzi finisce invece dove inizia The Wolf of Wall Street, in quegli anni 80 già strafatti di cocaina in cui il passo affinché Jordan Belfort (Oscar immotivatamente negato a DiCaprio) finisca nel turbinio delle droghe è ben più breve.

Anche questo, come il precedente, è tratto da una storia vera, da quella sul “Caligola moderno”, come è stato definito dallo stesso DiCaprio. Il protagonista si trova nuovamente a compiere un’ascesa nella malavita, questa volta una nuova, quella della finanza, dove il lupo di Wall Street costruisce un impero carnevalesco fatto di soldi, sesso, truffe ed evasione fiscale. La parabola troverà ancora una volta il proprio esito nel carcere.
Le vertigini del potere
Nel bel documentario di recente uscita Mr. Scorsese, il regista non senza un pizzico di tronfiezza ammette che per Quei bravi ragazzi ha «infranto quante più regole possibile». E infatti il film è un capolavoro formalmente anarchico quanto implacabile: le immagini si susseguono in una vertigine nevrotica a cui fa da contrappunto una colonna sonora d’eccezione e un montaggio rapido e chirurgico (non a caso Ari Aster, nel già citato documentario, etichetta la pellicola come “montaggio puro”).

Trent’anni dopo, mettendo in scena l’ascesa a Wall Street, il nevroticismo si tramuta in vera e propria isteria, la rottura della quarta parete con cui terminava il processo da collaboratore di giustizia di Henry Hill diventa per Jordan Belfort la grammatica fondamentale, il montaggio si fa ancora più convulso e i limiti hollywoodiani del visibile vengono forzati.
La regia di Scorsese in questo dittico, dunque, sembra respirare lo zeitgeist dell’epoca: l’America del boom economico del secondo dopoguerra, con i suoi ultimi brandelli di fedeltà per qualche forma di ideale (anche se di modello malavitoso), si getta a velocità incontrollata nella dissolutezza più totale, vestendosi di una forma che deve colpire, autopromuoversi e vendersi.
Lupi o bravi ragazzi, chi controlla l’America?
In verità, però, l’ideale è sempre stato marginale nelle parabole dei due protagonisti scorsesiani, persino in quella del mafioso interpretato da Ray Liotta. A ben vedere, infatti, non c’è alcun credo dietro le decisioni di Hill e Belfort, ma c’è solo una brutale forma di arrivismo per realizzare il sogno americano: diventare più influente, più ricco, più potente.
La scalata sociale diviene, così, il tentativo spregiudicato dell’individuo di sottomettere il sistema, impunito e intoccabile, depredandolo a suo esclusivo uso e consumo. Dopo un trentennio, però, Scorsese trasferisce significativamente la corruzione del sistema dalla malavita organizzata al mondo delle finanze, sferzando una delle più caustiche critiche alla società del tardo capitalismo (è un caso che, nonostante le numerose candidature, sia uscito a mani vuote dagli Oscar?).

In maniera indicativa e quanto mai problematica, però, l’American way of life rappresentato in entrambe le pellicole sembra aver prodotto più una fascinazione per l’eccezionalità dell’individualismo, piuttosto che quella che sarebbe dovuta essere una connaturata repulsione.
Quei bravi ragazzi e The Wolf of Wall Street sono autonomamente due capolavori della settima arte, ma negli echi che rimbalzano tra di loro si può trovare un più ampio e spietato affresco della società statunitense fino (almeno) al primo decennio del nuovo millennio. Chissà se Mr. Scorsese avrà ancora la strabiliante lucidità di raccontarci l’America non più della mafia o della finanza, ma quella odierna delle multinazionali. Forse a quello ci ha già pensato Succession.
FAQ su Quei bravi ragazzi e The Wolf of Wall Street
Dove si possono recuperare i due film?
Sia Quei bravi ragazzi, sia The Wolf of Wall Street sono disponibile su Amazon Prime Video.
Quante candidature hanno ricevuto agli Oscar?
Candidati per un totale di undici premi Oscar (6 per Quei bravi ragazzi e cinque per The Wolf of Wall Street), l’unica statuetta ricevuta è stata quella di Joe Pesci nella categoria Miglior attore non protagonista.
Quanto durano?
Quei bravi ragazzi dura 146 minuti, mentre The Wolf of Wall Street 179 minuti.
Dove è possibile vedere il documentario Mr. Scorsese?
Il documentario Mr. Scorsese di Rebecca Miller è disponibile alla visione su Apple TV dal 17 ottobre.
