Giuseppe Piccioni ne L’ombra del giorno dirige un silenzioso Scamarcio e un’intensissima Porcaroli, riportando Ascoli Piceno nel 1938.

Prodotto dalla Lebowsky S.r.l., società di produzione dello stesso Scamarcio, in collaborazione con Rai Cinema, L’ombra del giorno è stato definito un film inevitabile e necessario, non solo per la storia di quegli anni che ben conosciamo, ma più che altro per l’oggi, come fosse un monito all’ascolto della pluralità di voci e di pensieri che compongono un’intera società.

Il regista Giuseppe Piccioni, per raccontare il suo film, torna nella sua città natale e più precisamente nel celebre caffè Meletti, teatro privilegiato del tempo che cambia, il che da una forte carica emotiva al racconto e alle immagini immerse in un tempo paralizzato eppure velocissimo.

L’ombra del giorno: Piccioni racconta il fascismo

È l’epoca del fascismo, di quelli che ci credono e di quelli che abbassano la testa per continuare a vivere, di quelli che si nascondono e di chi invece è costretto a scappare per sopravvivere.

Piccioni, nel suo nuovo film L’ombra del giorno, racconta con delicatezza e intensità il preludio di uno dei momenti più terribili della nostra storia. Una calma apparente, una vita che se vista da lontano sembra quasi immutata, osservata dalle vetrine di un ristorante che funge da schermo su un’epoca incancellabile.
Proprio questo è il plus del suo film: il punto di vista insolito da cui si guarda il tempo cambiare e andare verso l’inevitabile baratro mascherato da sorrisi, abiti della domenica e ragazzini tirati a lucido nei loro grembiuli tutti uguali. L’enorme vetrata mette il pubblico e gli stessi personaggi dall’altra parte rispetto alla storia, al sicuro, ma mai abbastanza.

Luciano, silenzioso e claudicante reduce di guerra, porta avanti il suo frequentatissimo ristorante che affaccia sulla grande piazza della città, teatro della storia e della vita di quel tempo. Fascista più per quieto vivere che per una ferma convinzione, Luciano accoglie il fascismo tra le mura del suo locale tra generali, camerati e giovani menti annebbiate da promesse insensate.

A cambiare la vita dell’uomo sarà Anna, una giovane donna assunta come cameriera che aprirà gli occhi del ristoratore non solo sull’amore ma anche sull’altra faccia della medaglia di quel luccicante fascismo in ascesa.
Anna è il fulcro di quell’Italia in procinto di esplodere, un’ebrea che vede la sua vita stravolta da un giorno all’altro, chiusa tra le mura di quel grande ristorante che la nasconde e allo stesso tempo la rende inerme spettatrice.

Non c’è nessun futuro possibile, quelle persone oggi vi applaudono ma lo fanno per paura

La pellicola racconta perfettamente la precarietà di quegli anni, gli umori traballanti riassumibili nel terrore di alcuni e nell’esaltazione di altri, di un tempo che sembra lontanissimo eppure assurdamente vicino, in cui si capisce che non si è mai davvero al sicuro, o al riparo, da quello che le persone possono diventare.

I protagonisti della storia di guerra e d’amore

I due protagonisti, Riccardo Scamarcio e Benedetta Porcaroli, reggono sulle loro spalle un film intimo e silenzioso eppure di fortissimo impatto emotivo.
Piccioni racconta quegli anni dall’interno, con i sentimenti e la vita di tutti i giorni, con le paure di chi non può far altro che fuggire dal luogo che prima chiamava casa.

L’intesa tra i due personaggi rende il film credibile ed emozionante, raccontando una lenta storia d’amore sullo sfondo di una guerra narrata senza violenza e patetismi, ma solo nell’opposizione tra quello che sembra e quello che è. La grande abilità del regista sta non solo nei silenzi palpitanti che pervadono la sua pellicola, ma anche nei vuoti di quella piazza sgombra che accoglie, volente o nolente, la voce del duce che stride dagli altoparlanti piazzati in ogni angolo.

Questo alternarsi di assenze e presenze, di dubbi e certezze ben si riflette nelle tante voci e pensieri che si avvicendano sullo schermo, di chi esulta e di chi rinnega, di chi aspetta e di chi fugge da quel tumulto che divide paesi e persone perché, per citare il vecchio professore interpretato dal grande Antonio Salines, a cui il film è dedicato, “disobbedire ad una legge sbagliata a volte è un obbligo”.