Pedro Almodóvar è il cinema spagnolo moderno, che racconta e si racconta dagli anni Settanta ad oggi, dalla fine della dittatura fino alla libertà.
Quello di Almodóvar è un cinema complesso, un melodramma che sa far piangere ma anche ridere, che non ha paura di dire e di esprimersi in tutta la sua verità. Maestro nella rappresentazione dell’universo femminile, frutto di un’infanzia vissuta tra le donne del suo paese, Almodóvar ha creato nel tempo una sua cifra stilistica, fatta di fluidità di genere, di grandi sentimenti, di madri, mogli, amanti e di passioni: un mondo a sé stante, a tratti forse anche poco credibile, ma che non teme di mostrarsi nella sua complessità.
C’è la brutalità, l’ossessione, la violenza ma sempre bilanciata da un’eleganza formale, da una perfezione dell’immagine ipercolorata, il tutto tenuto insieme da una grande solidarietà tra i personaggi che unisce indissolubilmente i loro destini.

All’alba della 78^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che si aprirà proprio con la pellicola Madres paralelas del regista spagnolo, con l’immancabile Penélope Cruz, vale la pena ricordare alcuni dei suoi capolavori e la sua carriera, premiata con il Leone d’Oro.

Nasco come regista proprio a Venezia nel 1983, nella sezione Mezzogiorno Mezzanotte. Trentotto anni dopo vengo chiamato a inaugurare la Mostra. Non riesco ad esprimere la gioia, l’onore e quanto questo rappresenti per me, senza cadere nell’autocompiacimento. Sono molto grato al festival per questo riconoscimento e spero di esserne all’altezza

Tutto su mia madre

Tutto su mia madre, del 1999, è sicuramente il capolavoro di Pedro Almodóvar, premiato con un meritatissimo Oscar per il miglior film straniero.

La storia è quella di Manuela, madre in lutto dopo la perdita del figlio Esteban, morto in un incidente inseguendo un’attrice per ricevere un autografo. La donna, rimasta sola e apparentemente senza alcuno scopo, se non quello di vivere profondamente il suo dolore, torna nel suo passato, alla ricerca del padre di Esteban, ignaro dell’esistenza del ragazzo. Il viaggio a Barcellona si rivela un nuovo inizio per Manuela, un tornare indietro in un mondo rimasto in attesa, in situazioni irrisolte che aspettavano solo di essere sistemate.

La donna troverà vecchie amicizie, il padre di suo figlio diventato donna e un nuovo bambino di cui prendersi cura. Da madre devastata, la donna diventa come una protettrice per tutti gli altri personaggi, trovando non solo un nuovo scopo ma una nuova vita, liberandosi, almeno in parte, del suo dolore grazie alla condivisione. La pellicola è un inno alla femminilità, alla libertà e alla solidarietà femminile, alla capacità di accettarsi, di condividere il dolore e la vita. Almodóvar qui s’immerge in quel suo universo fatto di donne forti, autonome e libere, portando sullo schermo la bellezza delle donne che si aiutano nei momenti chiave della loro vita.
Dramma e sorrisi si fondono in un iperrealistico mix di emozioni umane con amore, dolore, battute sboccate e condivisione.

Parla con lei

Il melodramma del 2002 di Almodóvar, Parla con lei, che avvolge amore e morte in una danza di emozioni, sembra aspirare al raggiungimento di un’opera d’arte completa.

Tra le coreografie di Pina Baush, che aprono e chiudono la pellicola e la voce sublime di Caetano Veloso, il regista qui fonde realtà e finzione, arte e vita, in una storia che stavolta è raccontata attraverso due personaggi maschili. Benigno, un infermiere apparentemente amabile, ossessionato da una ballerina e Marco, uno scrittore legato sentimentalmente ad una torera, sono i due protagonisti della storia.

Pedro Almodóvar quindi, allontanandosi dalle sue consuete vite di donne, lascia il discorso in mano a due uomini, diversi ma uniti da un simile destino. Sono infatti loro qui a parlare, ognuno a suo modo, ai corpi inermi e incapaci di rispondere al loro amore delle due donne amate, finite entrambe in coma in seguito a due tragici incidenti. L’amore concreto di uno si scontra con l’amore illusorio e ossessivo dell’altro, in un intreccio di quattro vite che danzano, si allontanano, si riuniscono e muoiono. La pellicola di Almodóvar, seguendo un tempo altalenante tra passato e presente, mescola ricordi, ossessioni e cure, mettendo a nudo le debolezze, le fragilità ma anche l’oscurità dell’animo umano.

Parla con lei, tutto giocato sulle parole, sui silenzi e sull’incomunicabilità tra uomini e donne, sull’amore vero e quello impossibile, su illusioni e perversioni, si conclude con una speranza di vita tra i due superstiti Marco e Alicia, legati da un incrocio d’amori sbagliati. Almodóvar, nel pieno della sua maturità artistica, crea una pellicola aggraziata, delicata e musicale che riesce nella sua bellezza a maneggiare una storia cruda e a tratti agghiacciante, sempre lasciando uno spiraglio di speranza.

La mala educación

La mala educación, del 2004, porta in scena una storia “maleducata” che travalica ogni regola: della società, della morale e della cinematografia.

Una storia d’amore negata, l’ossessione di un prete, l’innocenza e poi abusi, finzione, vendetta e passione. Ignacio ed Enrique sono due giovani ragazzi cresciuti insieme in un collegio negli anni ’60; qui i due hanno scoperto con innocenza la loro omosessualità, resa torbida da padre Manolo, ossessionato dal piccolo Ignacio e dalla sua voce angelica, al punto di abusare di uno e allontanare l’altro. Questa storia però non è solo quella che Pedro Almodóvar racconta al pubblico, ma anche quella che Juan, spacciandosi per il fratello Ignacio, vorrebbe veder diventare un film, con l’aiuto di Enrique, ormai diventato regista; un modo per denunciare, vendicare ed espiare.

Il film, alternando tre diversi piani temporali, tra anni ’60, ’70 e ’80, è tutto giocato sulle sovrapposizioni di ricordi, realtà e finzione scenica, creando una metacinematografia che rende la trama ancora più complessa e quasi labirintica. Il film nel film racconta l’amore omosessuale, l’abuso e le conseguenze che costringono i personaggi a farci i conti per il resto della vita, cercando un riscatto o anche solo una via d’uscita.
Almodóvar in questa pellicola, contestata da molti per la forza tematica, riesce a trasformare il cinema in realtà e la realtà in cinema: è quasi una dichiarazione d’amore del regista per la settima arte, di cui conosce ormai tutti i segreti tanto da mescolare le carte a suo piacimento.
Gli attori diventano maschere, gli uomini diventano donne, i preti si macchiano di peccati, si spogliano dalle tonache e la realtà diventa racconto.

Volver

In Volver-Tornare, uscito nel 2006, torna lo stuolo di donne di Almodóvar a prendersi tutto lo schermo, lasciando gli uomini ad interpretare personaggi di cui liberarsi e contro cui schierarsi, sempre insieme.

La storia di Volver, scritta da Almodovar pensando proprio a Penélope Cruz, prende corpo guardando alle origini del regista, cresciuto dalle donne del quartiere in quel matriarcato che non smette mai di raccontare. Nella pellicola c’è tutta la cultura manchega, quella fatta di storie che il regista conosce sin dall’infanzia e molto legata alla morte e alla figura del redivivo: colui che torna dall’aldilà per risolvere questioni rimaste in sospeso.
Proprio la morte, annunciata già dall’inizio del film con una schiera di donne che pulisce le tombe, entra nella vita di quel mondo femminile fatto di sostegno, solidarietà, forza e libertà, com’era in Tutto su mia madre.

La storia è quella di Raimunda, interpretata da Penélope Cruz, che fuggita dal suo passato fatto di abusi da parte del padre, si ritrova a vivere la stessa situazione tra il suo compagno e sua figlia. Ucciso l’uomo, mostruoso ostacolo dei buoni sentimenti femminili, Raimunda torna da sua sorella Paula e dal “fantasma” di sua madre Irene, interpretata da Carmen Maura.
Le vite delle donne s’intrecciano e si sovrappongono in un gioco di sostegno, perdono e quell’enorme senso di famiglia tipico di Pedro Almodóvar.

Gli abbracci spezzati

Con un titolo che rimanda all’abbraccio dei due corpi colti dalla lava nel film Viaggio in Italia di Rossellini, Almodóvar racconta qui i suoi amori sospesi, con un viaggio nei ricordi sepolti nel buio di un uomo.

Mateo Blanco, famoso regista, dopo un terribile incidente in cui perde la vista e la sua donna, decide di perdere anche se stesso, cambiando nome e vita. Divenuto Harry Caine, scrittore e sceneggiatore, l’uomo vive con l’aiuto e l’assistenza della sua produttrice Judit e suo figlio.
La notizia della morte di Ernesto Martel, ricco industriale, riporta a galla la vita precedente del protagonista, con la sua donna Magdalena, interpretata ancora una volta dalla splendida Penélope Cruz, rievocando quell’amore proibito e ostacolato da Ernesto, chiuso in un morboso triangolo. Pedro Almodóvar qui racconta di un amore quasi dovuto, preteso e incatenato, contro un amore passionale e nascosto che è costato la vita. In questa pellicola del 2009, dinamiche di potere, ricordi che tornano dagli anni Novanta fino ai giorni nostri, cinema nel cinema, tutto s’intreccia nella consueta complessità tipica del regista spagnolo.