Il grande schermo è sempre stato un enorme specchio per una realtà in continuo movimento. Le lotte e le consapevolezze femminili hanno creato, nel tempo, meravigliosi ritratti di donne forti e fragili, vittime e carnefici. Oggi, vi proponiamo pellicole imperdibili, diversissime, ma tutte al femminile, tre film dove il rapporto donne e cinema viene indagato e riscritto.

Donne e Cinema: Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

La vincitrice del premio Oscar come migliore attrice protagonista Frances McDormand, nel film di Martin McDonagh, è Mildred Hayes.
Spezzata dalla morte di sua figlia, violentata ed uccisa sette mesi prima, Mildred conduce instancabilmente la sua lotta per avere giustizia. Nel profondissimo sud degli Stati Uniti, bigotto e razzista, la donna, esasperata dalle inconcludenti ricerche della polizia locale, fa affiggere tre enormi manifesti all’entrata della città di Ebbing, in Missouri. Tre frasi provocatorie per smuovere gli animi, non solo delle autorità ma anche dell’intera comunità cittadina. Prendendo di mira lo stesso capo della polizia Willoughby, interpretato magistralmente da Woody Harrelson, Mildred, col suo gesto disperato, da inizio all’azione cinematografica.

Tre manifesti ad Ebbing, Missouri non è infatti un thriller investigativo, non è una convulsa ricerca di un colpevole d’omicidio, è un viaggio nei personaggi e nel loro modo di reagire ad un tragico evento; è uno spaccato di una stereotipata realtà americana, razzista e omofoba, che, con i suoi cittadini rozzi e grotteschi, si muove verso la redenzione. Mc Donagh dissemina la pellicola di un perfetto black humor, che ben si sposa con le difficili tematiche affrontate, smorzando la tensione e rendendo i personaggi tanto detestabili quanto meravigliosi.
La McDormand è il fulcro di questo film corale magnificamente eseguito, al fianco del già citato Harrelson e di Sam Rockwell, perfetto nel ruolo del poliziotto inetto e violento. Mildred è una madre distrutta, una donna cinica e diffidente, che ha perso fiducia in tutto e tutti, presa nella sua lotta contro un introvabile assassino, contro l’intera comunità e ancora contro i suoi immensi sensi di colpa. Protagonista di immagini di una potenza incredibile, la McDormand in questo film ha dato il meglio di sé. Straziante l’unico flashback che ricorda tragicamente la figlia, come anche l’immagine dei tre manifesti che vengono dati alle fiamme con Mildred, distrutta ma spinta da un’indicibile rabbia, che tenta invano di spegnere il fuoco, lottando contro un mondo che le ha tolto tutto.

Tre Manifesti ad Ebbing, Missouri è sicuramente la pellicola meglio riuscita del regista e sceneggiatore McDonagh, una storia forte con personaggi meravigliosamente imperfetti. Il finale aperto sottolinea, ancora una volta, che nel film non si stia cercando il colpevole, ma che si voglia entrare in quella piccola e chiusa comunità americana. Sarà proprio la splendida evoluzione dei personaggi principali che permetterà di raggiunge il culmine della spiazzante pellicola.

La Favorita di Yorgos Lanthimos

Donne, potere e intrighi. La Favorita, di Yorgos Lanthimos, è un lussuoso triangolo femminile, sullo sfondo di un passato che sembra essere modernissimo. Nell’Inghilterra del ‘700, impegnata nella guerra con la Francia, sul trono c’è la regina Anna, una strabiliante Olivia Colman, che abbiamo capito essere perfetta nei panni delle reggenti, anche grazie alla sua interpretazione in The Crown.

Anna è inadatta al comando, è emotiva, malata e tremendamente infantile. A fare da contrappeso alla fragile regina c’è Sarah Churchill, la sua favorita che di fatto detiene le redini del potere, interpretata da Rachel Weisz. Forte e risoluta, abile nella politica e nel comando, la Churchill è qui delineata con tratti tipicamente maschili, duri ed autoritari che, sul grande schermo, difficilmente vengono attribuiti alle donne. L’equilibrio tra le due, tanto perfetto quanto precario, viene messo in discussione dall’arrivo della cugina della Churcill, Abigail Masham. Con il volto di Emma Stone, l’unica del trio a non aver già collaborato con Lanthimos, Abigail s’insinua a palazzo con la grazia e la delicatezza propria dell’abile manipolatrice, che punta unicamente alla scalata sociale. La bilancia al femminile perde il suo centro, Sarah ed Abigail, a colpi d’astuzia e seduzione, si contendono il ruolo di favorita della capricciosa Regina Anna, fino a distruggersi e portare quell’equilibrio iniziale ad un inevitabile collasso. In un clima sfarzoso, arricchito dagli splendidi costumi di Sandy Powell, le tre donne costruiscono un gioco di potere che trabocca di fascino e crudeltà.

Con La Favorita le figure femminili non orbitano più intorno al potere, ma sono esse stesse il potere. Gli uomini sono infatti relegati a figure marginali, stratruccati, coperti da vistose parrucche, viziosi, frivoli e soggiogati dalle scaltre protagoniste. Un capovolgimento di ruoli che rende il film una pellicola strabiliante, uno sguardo su una società patriarcale, ma con una donna al comando.

La sceneggiatura, scritta insieme a Tony McNamara, è ricca di dark humor, il che regala allo spettatore un’atmosfera eccentrica ed insolita per una corte del ‘700. Lontano dagli spazi minimalisti, soliti del regista greco, La Favorita ruota tutto intorno all’immenso e sontuoso palazzo, con sale sconfinate ed affrescate, addirittura dilatate e distorte con il fish eye, che contribuiscono a rendere ancor più lampante l’idea della solitudine dei tre personaggi principali. Le tre attrici s’incastrano perfettamente in questa lotta spietata e sessualmente esplicita, senza esclusione di colpi. Anche qui, Oscar alla migliore attrice per Olivia Colman.

Donne e Cinema: The Help

Anni ’60, Jackson, Mississippi. Le famiglie altolocate del Sud, ricche e razziste, sono tutte d’accordo ad avere domestiche di colore, che crescano i loro figli e tengano in ordine la casa, a patto che non siedano a tavola, non usino il loro bagno e non pretendano i loro stessi diritti. Con il film di Tate Taylor, torna sullo schermo il plurideclinato tema del razzismo, ma stavolta le donne di colore hanno la possibilità di raccontarsi, permettendo al pubblico di buttare un occhio nell’intimità ipocrita delle case dei ricchi bianchi di quegli anni. Due mondi, uno bianco e l’altro nero, che sembrano viaggiare in parallelo, finiscono per scontrarsi quando Skeeter, una giovane ragazza facoltosa, che sogna una carriera giornalistica piuttosto che la classica e perbenista famiglia perfetta, decide di ribellarsi a quell’immobilismo tipico del sud degli USA. Interpretata da una sfacciata Emma Stone, la ragazza raccoglie i segreti e le umiliazioni delle cameriere, che compongono quell’arretratissimo universo di segregazione razziale, avvicinandosi così alle loro vite fatte di ingiustizie e duro lavoro. Prime tra tutte Viola Davis e Octavia Spencer, rispettivamente Aibileen e Minny, che con le loro confessioni danno via al pericolosissimo progetto editoriale di Skeeter, che si muove in un’America che fa da palcoscenico al Movimento per i diritti civili degli afroamericani, con Martin Luther King.

Quelle di The Help sono lavoratrici, madri allontanate dai propri figli per crescere quelli dei bianchi, che spesso, come dicono loro stesse, cresceranno per trasformarsi a loro volta in adulti razzisti. La costruzione della pellicola risulta perfetta, riuscendo ad affrontare dei temi tanto delicati quanto conosciuti, con un’ironia irriverente ed a tratti esilarante. Di pari passo con la storia vanno anche i costumi di Shareen Davis, volti ad accentuare la caratterizzazione di ogni personaggio femminile: colori sgargianti e vistosi accessori per le ricche donne bianche e divise dai toni spenti per le sottomesse domestiche di colore. Anche stavolta il cast è tutto al femminile, con uomini quasi irrilevanti per lo svolgimento della narrazione.

Le donne di The Help sono forti e fiere di loro stesse, che si scuotono dal torpore della paura per contrapporre al muto razzismo il potere della parola, sia parlata che scritta. Basato sul best seller di Kathryn Stockett, il film del 2011 è valso ad Octavia Spencer un meritatissimo Oscar come attrice non protagonista, per il suo splendido ruolo di Minny Jackson.