Il genere apocalittico connesso agli zombie negli ultimi decenni ha prodotto un numero assolutamente alto di pellicole e serie TV quasi tutte poi risultate al limite del ripetitivo, meri discepoli degli insegnamenti del grande maestro Romero.

Tuttavia a spezzare la noia e la monotonia, era arrivato nel 2016 un piccolo gioiello dalla sempre più meravigliosa nuova frontiera cinematografica coreana: Train to Busan. Diretto dal giovane e creativo Yeon Sang-ho, il film era un viaggio dentro l’incubo in una Corea del Sud stretta da una legge marziale che inutilmente cercava di arginare un virus che trasformava le persone in zombie.
Unendo la dimensione western di John Ford (il rimando a Ombre Rosse era palese), con il road movie, la dimensione politica e naturalmente horror, il regista ottenne in un terribile racconto fatto di egoismo, classismo, ferocia e coraggio.
Train to Busan era stato accolto trionfalmente dagli amanti del genere e dalla critica e molto ci si attendeva da questo seguito, che però bisogna onestamente dire che ha deluso non poco, pur a dispetto di un budget molto più alto e di maestranze considerevolmente più capaci.

Con Peninsula però, il grandioso progetto messo in piedi in questi anni, si è rivelato sostanzialmente un topolino partorito da un montagna, una montagna che tra l’altro ha, fin dai primi minuti, mostrato il volto del conformismo da blockbuster hollywoodiano più classico e senz’anima.
Nella prima parte, Peninsula di Yeon Sang-ho convince, ritorna al principio, sposta l’azione su una nave da crociera, per poi operare un flash-forward interessante, dove la ricostruzione del paese martoriato e nuovi personaggi sembrano donare nuova spinta all’iter narrativo.
Poi però Peninsula fa ciò che non dovrebbe fare: abbraccia la dimensione più che del citazionismo, del remake non dichiarato, si impantana in una sorta di homage e recupero continuo di mille altri film post-apocalittici, rinnega la propria natura disturbante ed intima, così come la visione di un futuro pessimista e alienante.

Peninsula-Yeon-Sang-ho-sequel-train-to-busan
Il tutto precipita in un’escalation action che sa di deja-vu, di stantio, di B-movie action d’oltreoceano, non ha nulla a che vedere con quello zombie-movie originale, disturbante e creativo di quattro anni prima.
Alla fine Peninsula perde la sua identità, diventa qualcos’altro, abbraccia persino una dimensione ironica (!) da film di cassetta estivo, perfetto per gli amanti degli eroi action, ma che con ciò che ci si aspettava non ha nulla a che vedere.
Nessuno spessore per i personaggi o le tematiche politiche, nessun colpo di scena, solo un sacco di caos, esplosioni e battutine…davvero una delusione tremenda, che sottolinea come forse paradossalmente, nel momento in cui un regista abituato ad usare le idee può usare i soldi, da rivoluzionari si diventa conservatori in un attimo.

Piacerà al pubblico teen, ai fan del film di genere che fu, che però a differenza di questo, tra comparse poco quotate e budget risicati, portava in dote fantasia, creatività e una libertà di spirito che in Peninsula viene schiacciata da una sorta di gigantismo che sa di insicurezza, di ambizione superiore al talento, di volontà di piacere più che di essere fedeli a se stessi.