È il 1994 quando esce al cinema Una pura formalità, il lungometraggio noir di Giuseppe Tornatore, probabilmente tra i più sottovalutati del regista: quando si pensa a Giuseppe Tornatore, si pensa ad un cinema italiano importante che oltrepassa i confini nazionali. Film come Nuovo Cinema Paradiso, La leggenda del pianista sull’oceano, Baarìa e La migliore offerta hanno conquistato il pubblico internazionale grazie a storie avvincenti portate sul grande schermo con maestria. 

Anche il film in questione ha una premessa avvincente, che tiene sospesi.
Tale “limbo del sapere”, difatti, è la chiave di lettura dell’intero film, che si distende tra le battute scattose e i lunghi racconti di personaggi particolari, interpretati dai magistrali Gérard Depardieu, Roman Polanski e Sergio Rubini.

Una pura formalità, di cosa parla il film

Il film si apre con una corsa sotto la pioggia nel bosco, che tra soggettive e campi lunghi, ci fa conoscere il protagonista Onoff (Gèrard Depardieu), uno scrittore.
Viene bloccato dalle forze dell’ordine, che lo portano in commissariato e qui comincia una diatriba innescata dall’aggressività e poca voglia di collaborare di Onoff: quella stessa notte è stato commesso un omicidio e Onoff è un sospettato. Non si sa nulla di questo assassinio, tantomeno chi sia la vittima, e ciò stizzisce il commissario (Roman Polanski) che lo porta ad avere una durezza con lo scrittore, tanto da non credergli quando si presenta.

Infatti, il commissario non lo aveva riconosciuto per via dell’assenza della lunga barba, (ed anzi lo prende in giro, presentandosi a sua volta come Leonardo da Vinci), ma quando lo riconosce, si ritira sui suoi passi chiedendo scusa.

Inizia, così, un gentile interrogatorio, cui serenità viene fatta crollare quando Onoff risponde in modo impreciso e contraddittorio, con il risultato di scatenare una nuova colluttazione con gli agenti di servizio. 

Tra i personaggi spicca anche un giovane poliziotto (Sergio Rubini), dai modi premurosi che cerca di attutire situazioni spigolose, come quando avvisa Onoff che lì le linee telefoniche sono davvero fuori uso.

Tra le imprecise confessioni di Onoff, veniamo a conoscenza di Paola (Maria Rosa Spagnolo), sua seconda ex moglie e collaboratrice e, quando all’ennesimo racconto il commissario si stizzisce, Onoff tenta la fuga durante un black out causato dal temporale, ma fuggendo mette il piede in una tagliola e viene di nuovo catturato. Calmatosi, è di nuovo messo alle strette dal commissario, che dimostra di sapere molte cose sulla sua vita privata, fino a quando non gli presenta un gigantesco sacco pieno di fotografie prelevate da casa sua.

Incapace di fornire un alibi, Onoff confessa di avere inventato la propria biografia, poi che il suo vero nome è Biagio Febbraio (perché è stato trovato in fasce nel giorno di San Biagio, il 3 febbraio) e che deve il suo pseudonimo ed il suo primo libro di successo ad un clochard dalla mente geniale.

Il sospettato racconta di essere nel pieno di un blocco dello scrittore e, nello sforzo di ricordare, arriva la rivelazione: Onoff è sia l’assassino, sia la vittima. E, subito, arriva l’altra realizzazione.

Il suo sucidio lo ha portato in un luogo tra la vita e la morte, “un punto improprio” come avrebbe detto l’amato professore di matematica dello scrittore. Ed ecco perché la linea telefonica dell’ufficio non funzionava e perché le penne con cui aveva provato a scrivere non funzionavano.

Una pura formalità si conclude con Onoff, che viene portato via dalla caserma a bordo di una camionetta, ma non prima di salutare il commissario, che gli confida di avere iniziato a leggere il manoscritto del suo ultimo racconto inedito trovato a casa sua.

Giuseppe Tornatore fa cinema di precisione

Una pura formalità, proprio nel 2024, compie 30 anni dall’uscita: risulta ancora un prodotto cinematografico fresco grazie all universalità della storia, ma soprattutto perché la precisione dei dialoghi e dei dettagli della scenografia (come l’orologio senza lancette) permette alla narrazione di resistere nel tempo e di far muovere gli attori in un contesto dove possono attingere da tutto.

Ambientato nel borgo abruzzese di Santo Stefano di Sessanio presso il bosco di Campo Imperatore, il film non sarebbe stato lo stesso se non ci fosse stata un’attenzione particolare alla fatiscenza della caserma, che spesso scatena l’impazienza e l’aggressività del protagonista. 

Tornatore, che è noto per la sua meticolosità (tanto da far penare con tantissimi ritardi il famoso produttore Franco Cristaldi per Nuovo Cinema Paradiso), scrive insieme a Pascal Quignard il film, regalando al cinema italiano un lungometraggio che si adagia nei territori del noir, del polar e del thriller, ma che poi si decostruisce in una dimensione spazio-temporale che supera i generi letterari sopracitati.

Il focus della pellicola è la scomposizione del ricordo, della verità e della bugia, della conoscenza di sé attraverso ciò che raccontiamo e ci raccontiamo. Per Giuseppe Tornatore, noi siamo il dialogo tra quello che ricordiamo e quello che ci ricordano gli altri. Se questo scontro reca dolore, dimenticare, non è la soluzione: il regista ce lo ricorda anche nella colonna sonora “Ricordare”, scritta da lui e musicata dal magnifico Ennio Morricone e dal figlio Andrea Morricone e interpretata dall’attore protagonista, Gérard Depardieu. 

Lo spettatore, in questa situazione assurda, non può non immedesimarsi nella figura del giovane poliziotto interpretato da Sergio Rubini. Lui è la figura che cerca di calmare gli animi quando si accende la miccia e si copre gli occhi quando la violenza diventa eccessiva, e sembra preoccupato quando Onoff non riesce a ricordare e si contraddice continuamente. 

Se questa gendarmeria è un rito di passaggio tra la vita e la morte, il giovane poliziotto sembra un aiutante, un angelo se vogliamo,  che cerca di mitigare l’irruenza del commissario, che veste i panni di un Caronte dantesco che accompagna nell’oltretomba l’anima di Onoff.

L’interrogatorio è “una pura formalità” perché loro già sanno che cosa è successo, ma è Onoff a doversi rendere conto della verità. 

Anche se non è il più conosciuto, il film vanta di moltissime nomination ai Globo d’oro, al Festival di Cannes e ai nastri d’argento, ma vince il Ciak d’oro per migliore scenografia e montaggio, un Globo d’oro per la fotografia, un Nastro d’argento per la miglior produzione e un David di Donatello per la scenografia.
Per vederlo, è disponibile il titolo su Infinity.