Lontano dalla Monument Valley e dagli stereotipi del western classico, nell’Italia di fine anni ’60 si ridefinirono le leggi del vecchio West.
Antieroi, vendetta e violenza inaudita, ma anche divertimento, schiaffi e soprattutto rivoluzione. Grazie al pioniere Sergio Leone ed il suo apripista Per Un Pugno Di Dollari del 1964 nasce il western all’italiana o, come lo appellarono in maniera dispregiativa i critici americani, lo Spaghetti Western. 
Quali sono i migliori spaghetti western, oltre ai capolavori di Leone?

Django di Sergio Corbucci

Dalla regia dell’altro Sergio del western, il Django di Corbucci del 1966 è una pietra miliare del genere western all’italiana.
Un classico con una trama davvero semplicissima: è la storia di Django, un ex nordista che, in seguito all’omicidio della moglie per mano della banda del Maggiore Jackson, cerca vendetta.

I primi minuti del film di Corbucci spiazzano il pubblico con la lunga camminata di Django scandita da un brano cantato e non più strumentale o fischiettato alla maniera di Alessandro Alessandroni. Il grande Franco Nero, nei panni del protagonista, entra in scena in solitaria, con sella in spalla e bara al seguito, creando un’immagine di una potenza cinematografica pazzesca, che diventerà poi la cifra stilistica stessa del film. Django sa di essere già morto e questa morte la pellicola la porta con sé per tutta la sua durata. Corbucci difatti non lesina sulla violenza, soprattutto per gli standard dell’epoca, tant’è che il suo fu il primo western ad essere vietato ai minori di diciotto anni. Cinico, sadico, violento e con il sangue che schizza prepotentemente sulla scena: il film sfiora quasi lo splatter con la tremenda sequenza dell’orecchio tagliato. Tutto concorre a rendere Django un classico del genere spaghetti western: regia, costumi, scenografie e senza dubbio le musiche di Luis Bacalov, che si sposano perfettamente con quell’atmosfera malinconica da città fantasma. Django è sicuramente un capolavoro che è riuscito ad influenzare molte delle pellicole successive, innumerevoli sono stati infatti i seguiti, seppur non ufficiali. L’unico vero sequel è però Django 2 il grande ritorno, dell’87, sempre con Franco Nero. L’omaggio Tarantiniano, Django Unchained del 2012, nonostante non abbia nulla a che fare con la trama dell’originale, riporta sullo schermo il celebre Franco Nero con un cameo, proprio col nome di Django, con la D muta.

Requiescant di Carlo Lizzani

Con Requiescant del 1967, Carlo Lizzani sviscera il tema politico su uno sfondo tipicamente western. Molto più colto rispetto al successivo ed affine Tepepa, Requiescant è un western ideologico che affronta discorsi importanti: dal rapporto tra servi e padroni, al concetto di libertà, dal dolore della guerra alla giustificazione della violenza come liberazione dall’oppressione. La storia di base è infatti quella di un bambino che, sopravvissuto alla strage del suo popolo, verrà salvato e cresciuto da un pastore per poi riscoprire le sue radici e cercare vendetta.

La pellicola di Lizzani, in sostanza, rispetta i canoni del genere, pur seguendo un ritmo abbastanza lento, se non per la scena iniziale della strage ben coreografata. Gli interpreti sono sicuramente il fiore all’occhiello del film: Pier Paolo Pasolini è don Juan, prete guerrigliero che si da alla violenza solo per necessità e si fa veicolo dei più elevati ragionamenti politici ed ideologici. Il protagonista è Lou Castel, un abile pistolero che benedice le sue vittime terminando la sua preghiera con “Requiescant”. Sulla scena troviamo poi i grandi Citti e Davoli che impreziosiscono la pellicola. Requiescant di Lizzani è un western alla vecchia maniera, che ben si inserisce nel suo tempo, portando in scena una visione tutta di sinistra che tenta di sovvertire il sistema capitalistico.

Faccia a faccia di Sergio Sollima

Sempre del 1967, ma diretto da Sergio Sollima, Faccia a faccia è classe operaia contro borghesia.
Per curarsi una malattia polmonare, un professore di Storia del New England arriva nel West. Preso in ostaggio da un gruppo di banditi l’uomo cerca di redimerne il capo, Beauregard, ma finirà con il subire lui stesso il fascino della vita da fuorilegge. Trasformatosi in un uomo spietato e violento, il vecchio insegnante interpretato da Gian Maria Volontè si troverà a scontrarsi col bandito, uno splendido Tomas Milian, ormai redento.

Lo scontro ideologico di questo spaghetti western è tra due uomini quanto mai distanti e contrapposti che si inseriscono perfettamente nel contesto politico del tempo, facendosi rappresentanti di due differenti forme di violenza: quella figlia di povertà ed ignoranza e quella calibrata sulla cultura e sulla conoscenza, e per questo ancora più deprecabile. Le musiche di Ennio Morricone fanno da tappeto musicale ad un discorso socio-politico ben studiato che non appesantisce, anzi innalza, il livello della narrazione, contrapponendo violenza individuale e violenza di massa.

Il grande Silenzio di Sergio Corbucci

Il Grande Silenzio del 1968 è un Western crepuscolare di Sergio Corbucci.
Lontano dalle tipiche ambientazioni aride e polverose, il regista predilige stavolta scene innevate girando il film sulle Dolomiti di Cortina, trasformate nelle foreste di Snow Hill di uno Utah di fine ‘800. A causa delle abbondanti nevicate, i fuorilegge nascosti tra le montagne sono costretti a scendere a valle. Allo scatenarsi dei cacciatori di taglie, con in testa il perfido Trigero interpretato da Klaus Kinski, si oppone il muto protagonista conosciuto da tutti come Silenzio, con il volto di Jean-Louis Trintignant.
Il duello finale nella neve non esiterà ad arrivare, rivelando l’avida spietatezza di Trigero e portando in scena una insolita ed imprevedibile conclusione a coronamento di un’altrettanto originalissima costruzione filmica.

Corri uomo corri di Sergio Sollima

Corri uomo, corri di Sergio Sollima è un film del 1968, nato dopo il successo del personaggio di Cuchillo nel primo western dello stesso regista dal titolo La resa dei conti.
Sollima disse di essersi innamorato di quel personaggio perché, per la prima volta, un western aveva come protagonista un fantasioso ragazzetto, un ladruncolo appartenente al sub-proletariato.

Cuchillo, con il volto del dinamico Tomas Milian, è un peone messicano che per sostenere la lotta rivoluzionaria, va alla ricerca di un prezioso tesoro con banditi e sceriffi alle calcagna. Accanto a lui c’è Chelo Alonso, che lo stesso regista racconta di aver notato per caso al Casino di Paris, prima di segnalarla al mondo del cinema. Il film è girato tra l’Almeria, nel Sud della Spagna, scelta per le sue ambientazioni perfettamente riconducibili all’atmosfera messicana, e l’Italia, dove è ambientato il famoso inseguimento a cavallo nella neve.
La pellicola, adorata dai movimenti di sinistra, gira tutta intorno alla presa di coscienza politica dei proletari, al desiderio di libertà e di rompere la fissità degli schemi. La colonna sonora di Bruno Nicolai ha ricevuto l’aiuto dell’abile mano, non accreditata, di Ennio Morricone, maestro del suono western.

Quella sporca storia nel west di Enzo G. Castellari

Da un’idea di Corbucci, nel 1968 nasce Quella sporca storia nel west: il folle film di Castellari che traspone l’antichissimo personaggio di Amleto nel vecchio west.

Il giovanissimo Andrea Giordana, reduce dall’esperienza dello sceneggiato RAI de Il Conte di Montecristo del1966, è Johnny, il protagonista del film; contrario alle seconde nozze della madre, con il fratello del defunto marito, Johnny vuole vendicare il padre ucciso dal bandito Santana. Attingendo dalle atmosfere tipiche del gotico italiano, con scene fumose ed effetti speciali, con un incipit a dir poco onirico, dove vediamo un cimitero sotterraneo e addirittura una crocifissione, il film di Castellari da una marcia in più al solito canovaccio degli spaghetti western ispirandosi alla letteratura più alta.
La colonna sonora di Francesco De Masi regge il gioco alle atmosfere cupe e tenebrose contribuendo alla riuscita di questa bizzarra opera.

Tepepa di Giulio Petroni

Tepepa, film del 1969 diretto da Giulio Petroni e sceneggiato da Franco Solinas con le musiche di Ennio Morricone, è un western dai toni politici e rivoluzionari.

In un Messico di inizio Novecento, con gli ideali della Rivoluzione traditi da Francisco Madero, l’ultimo ribelle rimane Tepepa: uno strabiliante Tomas Milian dissidente e condannato a morte per la sua ferma opposizione al potere.
Tepepa, infatti, continua la rivoluzione che Madero ha tradito ed abbandonato. Sarà il medico inglese Henry Price, interpretato da John Steiner, a salvare Tepepa dall’esecuzione voluta dallo spietato colonnello Cascorro, un perfetto quanto spregevole e sudato Orson Wells. Price in realtà è spinto dal tipico motore del western: la vendetta, salvando Tepepa solo per poterlo uccidere lui stesso. Tramite le vicende di Cascorro, Price e Tepepa, Giulio Petroni regala al pubblico una grande riflessione sul conflitto tra etica individuale e ideali collettivi.

Lo chiamavano Trinità di E.B. Clucher (Enzo Barboni)

Lo chiamavano Trinità di Enzo Barboni, in arte E.B. Clucher, è un classico del 1970. Il suo é uno spaghetti western in versione commedia, che fonde ironia e comicità italiana in una pellicola di genere.
Se l’intenzione di Barboni fosse quella di fare un film comico sin dal principio non è chiaro: si dice che l’idea principale del regista fosse quella di realizzare un convenzionale spaghetti western e che rimase sorpreso lui stesso dal risultato finale, ma, in ogni caso, il film fu un successo straordinario.

Ribaltando i canoni del western, che voleva il protagonista a cavallo, o quantomeno l’antieroe dello spaghetti in sella ad un asino, Barboni fa entrare in scena un Terence Hill sonnecchiante, con il cappello calato sul viso, su una lettiga trascinata da un cavallo. Trinità è un pistolero che arriva in un villaggio dove incontra suo fratello Bambino, il mitico Bud Spencer, nelle vesti truffaldine di sceriffo. I due fratelli, dopo gli intoppi e gli screzi iniziali, si troveranno a dover difendere la comunità mormona dal maggiore Harriman e i suoi uomini.

Fu proprio questa pellicola che lanciò la storica coppia Spencer-Hill, divenuta col tempo un marchio di fabbrica. Con loro la violenza è molto più fisica, quasi da saloon, non ci sono più solo pistole ma anche gli schiaffoni tipici dello slapstick. Con un montaggio rapido che segue l’azione e con le caricatissime coreografie delle scazzottate, la classica rissa del western qui diventa meno violenta, porta il sorriso sulle labbra dello spettatore ed è il centro del racconto.
Per sottolineare il tono ironico e quasi beffardo di Lo chiamavano Trinità basta pensare alla scena in cui Terence Hill mangia con foga una pentola di fagioli, si dice che avesse digiunato per un paio di giorni prima di girare. Questa immortale sequenza diede inizio al sotto-genere italiano del fagioli western.

Vamos a matar companeros di Sergio Corbucci

Ancora Sergio Corbucci e ancora western. Datato 1970, Vamos a matar companeros lancia un messaggio estremo: va fatta la rivoluzione e va sparso il sangue.
La narrazione è ambientata durante la rivoluzione messicana, con il generale dei ribelli che libera un professore idealista, a capo delle lotte rivoluzionarie, ma al solo scopo di scoprire la combinazione segreta di una cassaforte che nascondeva un tesoro.
Torna il binomio ideali-denaro che esplode sulle note dell’incredibile Morricone in questo Zapata western. Siamo infatti davanti ad un altro sotto-genere, che inizia con Quién sabe? di Damiano Damiani e che con un’attenzione particolare al Terzo Mondo e al proletariato ci spinge alla rivoluzione.
Con la coppia Franco Nero e Tomas Milian, Corbucci fa di nuovo centro allontanandosi dall’atmosfera cupa di Django per gettarsi in una pellicola con nuove regole: più politica, più amore, ma anche divertimento e gag.

West & soda di Bruno Bozzetto

Di Bruno Bozzetto, West & soda è il western d’animazione del 1965. Il regista confessa che l’idea di girare un lungometraggio d’animazione gli venne suggerita, nel ’62, dallo sceneggiatore Attilio Giovannini. 

Non volendo ricalcare le orme del colosso dell’animazione Disney legato alle fiabe, Bozzetto scelse di rifarsi al West, tanto in voga in quegli anni. Nacque così West & Soda: un’ animazione quasi psichedelica su una tipica storia western, appena sporcata di politica.
È una parodia del classico western americano, con la tipica contrapposizione bene-male tra il protagonista Johnny, il buono, ed i tre banditi Cattivissimo, Lo Smilzo e Ursus.
Bozzetto, secondo cui l’inflazionato western classico aveva ormai raggiunto il culmine, affrontò il genere da un punto di vista tutto nuovo: parodistico e squisitamente ironico. Lo stesso discorso applicabile, in un certo senso, all’intero filone dello spaghetti western, inaugurato da Sergio Leone con il suo celeberrimo Per un pugno di dollari del 1964, che rivisitava il western portandolo in nuove direzioni, a cominciare da quella dell’impressione di realtà.

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email