Era il 1972 e, Lucio Fulci aveva alle spalle una carriera decennale, però ancora non aveva dimostrato il suo talento visionario. Con il giallo “Non si sevizia una paperino” si scrolla di dosso le parodie come “002 agenti segretissimi” (con Franco e Ciccio) e i musicarelli tipo “I ragazzi del Jukebox” e intraprende i primi passi verso il mondo dell’horror che lo consacrerà come uno dei registi più eclettici e truculenti del genere.

Ad Accendura, un anacronistico e immaginario paesino del meridione, agisce un serial killer di bambini. Dopo la prima vittima, viene incolpato lo scemo del villaggio, seguiranno altre due vittime e di conseguenza, il primo sospettato verrà scagionato. Gli abitanti del borgo esigono un colpevole. I sospetti si concentreranno sulla “maciara” (Florinda Bolkan), una sorta di fattucchiera-voodoo. Mentre i carabinieri si renderanno conto che è innocente, i contadini bigotti, spinti dall’ignoranza e da un’assurda sete di giustizia, la uccideranno a bastonate, senza pietà. Proseguiranno le indagini e questa volta a essere accusata è l’avvenente Patrizia (Barbara Bouchet), ragazza ricca e viziata, figlia di un abitante del paese che “ha fatto fortuna al nord”. Con l’aiuto del giornalista Andrea Martelli (Thomas Milian), la ragazza riuscirà a far decadere le accuse su di lei e a fare chiarezza sulla torbida vicenda.

Nel borgo di Sant’Angelo in Puglia, Fulci tesse, in maniera quasi perfetta, la tela di questo spietato giallo a forti tinte horror e ultragore. Il regista romano si scatena esagerando in crudeltà e in politicamente scorretto soffermandosi spesso e volentieri sullo sguardo di chi subisce violenza: emblematica e raccapricciante la scena del pestaggio alla maciara in cui ogni bastonata, ogni colpo di catena, tutte le ferite e tutti gli schizzi di sangue sono mostrati con dovizia di particolari e anche ad uno stomaco avvezzo a simili scene risulta di difficile digestione, in netto contrasto in questa scena le note di “quei giorni insieme” di Ornella Vanoni che accompagnano il tutto. Altra scena clou per violenza splatter è quella finale, dove l’assassino precipita dalla montagna e il corpo, specialmente la testa, viene squartato da spuntoni di rocce e quant’altro, addirittura ci sono improbabili scintille che fuoriescono dal contatto tra il cranio e le pietre.

La trama ruota attorno alle credenze popolari, alla magia nera, e all’ignoranza della gente in netta antitesi con il mondo delle grandi città rappresentato dal lungo cavalcavia dell’autostrada sul quale sfrecciano le automobili e che sta distante, ma appiccicato al paese. Oltre al giallo e alle scene splatter, abbiamo un’attenta analisi antropologica della gente che abita i piccoli paesi, così radicati nel territorio da avere paura dell’estraneo e di tutto ciò, come la maciara, che rompe la routine provocando piccoli cambiamenti.

La netta separazione che c’è tra la campagna e la città è rappresentata anche dalle due protagoniste: Barbara Bouchet, che si mostra nuda davanti a bambini, rappresenta il fascino e l’eccesso borghese e quindi l’inarrivabilità per i contadini, il proibito; il personaggio di Florinda Bolkan è l’emblema delle tradizioni e del mondo rurale, ma al tempo stesso si trova a subire quello stesso mondo che ha deciso, senza motivo concreto, di emarginarla.

Il thriller di Fulci è, nonostante quasi tutte le scene siano all’aperto, molto claustrofobico, si discosta veramente di poco dal condominio di “quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Gadda, il paese in qualche modo è una prigione opprimente che fagocita i propri figli e non li fa evolvere.

La pellicola fu censura in maniera pesante, Fulci ebbe guai a causa della scena in cui Barbara Bouchet nuda adesca un bambino, molte inquadrature furono tolte perché ritenute troppo eccessive e violente, anche gli effetti speciali di Rambladi (il papà di E.T.) subirono modifiche perché esageratamente realistici.

I fan più sfegatati di Fulci considerano il film come il capolavoro del maestro romano, e forse è così, comunque è oggettivamente un ottimo thriller: suspense e particolari orripilanti catturano lo spettatore e lo fanno entrare in un mondo che poi non è tanto distante dalla triste realtà della cronaca.